Paolo Genovese per le MICI: “Alle donne che ne soffrono dico di godersi la vita senza limiti”

Il regista Paolo Genovese 
Presentata la nuova campagna dei gastroenterologi IG-IBD sulle malattie infiammatorie croniche intestinali. Il messaggio dello spot realizzato dal regista per far sapere alle donne che, nonostante le patologie, è possibile avere figli, viaggiare, mangiare e soprattutto sognare
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E’ dedicato alle donne e vuole essere un messaggio che trasmette voglia di fare ora che - finite le restrizioni imposte da Covid-19 - si può tornare a vivere e possono farlo anche le persone che soffrono di Mici, le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali tra cui la Malattia di Crohn e la Colite ulcerosa di cui soffrono circa 250mila persone in Italia con un esordio generalmente compreso nella fascia tra i 15 e i 30 anni e un 20% di casi addirittura già in età pediatrica. Per lanciare questo messaggio di speranza, il gruppo italiano per lo studio della malattia cronica intestinale (Ig-Ibd) ha lanciato la campagna “Insieme si può” all’interno della quale il regista Paolo Genovese ha ideato e girato uno spot con protagonista l’attrice Matilde Gioli. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il suo impegno in questa campagna di sensibilizzazione e svelare in anteprima i contenuti dello spot che andrà in onda su Sky dall’11 al 25 luglio.

MICI, una ‘vecchia conoscenza’

Dopo ‘Incantesimo napoletano’, ‘Questa notte è ancora nostra’, ‘Immaturi’ o ‘Tutta colpa di Freud’ come mai Paolo Genovese gira uno spot sulle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali? “E’ un tema molto importante che mi sta particolarmente a cuore”, risponde il regista che aveva già girato uno spot lo scorso anno con protagonista il nuotatore Simone Sabbioni affetto da colite ulcerosa. “A parte forse il morbo di Chron e la colite ulcerosa, le altre Mici sono malattie poco note e non facili da diagnosticare. Possono dare un’invalidità di vita importante. Così quando il professor Alessandro Armuzzi che dedica la sua vita alle Mici mi ha fatto capire quanto fosse importante la comunicazione per queste malattie e mi ha chiesto di dare un contributo alla campagna di comunicazione ho accettato volentieri”. In effetti, il regista si è avvicinato a queste malattie anche perché uno dei suoi tre figli ne soffre: “Da quando abbiamo avuto la diagnosi - spiega - ho iniziato a informarmi e a scoprire quante persone ne soffrono. Ho scoperto anche che alcuni miei amici ne soffrivano ed io non lo sapevo, ma una volta visto il mio impegno per la campagna sono venuti a chiedermi consiglio. Su queste malattie, comunque, c’è poca informazione”.

La difficoltà di diagnosi

Purtroppo, le MICI sono malattie un po’ subdole ed essendo difficili da identificare la diagnosi arriva con molto ritardo. Anche in caso di sintomi evidenti come una diarrea sanguinante, che dovrebbe portare automaticamente all’esecuzione di una colonscopia o a una visita di uno specialista gastroenterologo per il sospetto di una colite ulcerosa, il ritardo diagnostico va da 3-6 mesi a 12-18 mesi. Ancora maggiori i ritardi nella malattia di Crohn. La conseguenza di questo fenomeno può essere grave, poiché potrebbe impedire di mettere in atto tempestivamente un trattamento opportuno che permetterebbe di evitare degenerazioni, complicanze e interventi chirurgici. E, infatti, anche nella famiglia di Paolo Genovese non è stato facile capire subito di quale malattia soffrisse il figlio: “I segnali sono diversi e non sono facilmente individuabili perché si sovrappongono ad altre malattie, ma i sintomi a cui prestare attenzione sono bruciori, dolori addominali forti, necessità di andare spesso in bagno”. Sulla base della sua esperienza familiare, che consigli darebbe ai genitori per accorgersi in tempo di queste malattie e ai ragazzi o alle ragazze che scoprono di averla? “Di fare prevenzione, tenere d’occhio i vari possibili sintomi e seguire i consigli dei medici facendo gli esami suggeriti perché anche se fastidiosi, come la gastroscopia o la colonscopia, sono fondamentali per arrivare ad una diagnosi precoce e poter così ottenere la cura giusta”.

Uno spot al femminile

Per la campagna di sensibilizzazione di quest’anno, gli specialisti della società scientifica IG-IBD si sono concentrati sulla donna. A fare da testimonial è l’attrice Matilde Gioli nota al grande pubblico per aver interpretato la serie televisiva ‘Doc - Nelle tue mani’ con Luca Argentero. “Il taglio dello spot è fortemente femminile”, racconta Genovese. “Ho voluto rassicurare sul fatto che pur soffrendo di questa malattia si può fare tutto. Perciò, mostriamo cinque diversi spaccati in cui le donne mostrano le varie azioni che si possono fare nonostante le Mici. C’è una donna con un bambino per dire che si può diventare mamma, un’altra ragazza che pranza in un ristorante e racconta che si può mangiare fuori casa basta soltanto sapere cosa, un’altra che parte per dire che si può viaggiare e poi un’altra scena in cui una ragazza dice che si può sognare di fare tutto quello che si vuole”.

Godersi la vita dopo il lockdown

Insomma, un messaggio di forza e speranza che arriva proprio nel momento giusto quando - finite le restrizioni legate al Covid-19 - l’Italia riparte e la gente prova a tornare ad una vita normale. “Sono felice che questo spot esca proprio ora che stiamo riaprendo le varie attività. Sono convinto che la socialità ritornerà più forte di prima perché la gente vuole uscire e dunque chi soffre di una di queste malattie deve sapere che non deve rinunciare a nulla, ma anzi curandosi e facendosi seguire dai medici, è possibile fare tutto quello che fanno anche gli altri”. Un messaggio molto importante perché il rischio di chi soffre di queste patologie ed è molto giovane è quello di isolarsi per evitare situazioni imbarazzanti, come per esempio un mal di pancia all’improvviso mentre si è a cena con gli amici. “Quello che ho cercato di comunicare con questo spot - prosegue Genovese - è che è importante curarsi anche per evitare pericolosi risvolti psicologici come forme di depressione causate da una tendenza all’isolamento sociale. Ho voluto dare il mio contributo per far sapere a tutti che, anche se trattandosi di malattie autoimmuni ci accompagnano per tutta la vita, queste patologie possono essere curate, l’importante è arrivare per tempo alla diagnosi e farsi seguire da chi conosce bene queste malattie”, conclude il regista.

Focus sulle donne

La scelta di dedicare la campagna alle donne non è legata ad una prevalenza di genere, visto che c’è un’equa ripartizione tra uomini e donne colpiti, ma piuttosto perché la salute femminile è caratterizzata da specifiche fasi del ciclo biologico, dall’infanzia a dopo la menopausa. “Le varie fasi della vita della donna, dallo sviluppo, alla fecondità, fino alla gravidanza, all’allattamento, al puerperio, alla menopausa e all’invecchiamento, si intersecano con le Mici e possono orientare determinate scelte terapeutiche”, sottolinea il gastroenterologo Marco Daperno, segretario della Società Scientifica IG-IBD. “Per questo è importante creare una sinergia tra diversi specialisti, tanto che abbiamo già sviluppato una sorta di consenso, in corso di pubblicazione, che rappresenta il primo passo per una condivisione di un approccio univoco con le società scientifiche di ginecologia e ostetricia”.

Gravidanza e Mici

La fase più delicata, in cui malattia, terapie e benessere interferiscono è la gravidanza. In quel momento qualsiasi terapia fa paura. “Se la gravidanza inizia con la malattia in fase attiva - sottolinea Daperno - vi sono dei rischi che il bambino nasca prematuro o sottopeso, ma non sono previste malformazioni. Naturalmente è meglio arrivare con la malattia in fase di remissione, ma al fine di garantire una gravidanza sicura è sufficiente seguire le corrette indicazioni che vengono suggerite da ginecologi e gastroenterologi, figure chiave nella vita della donna affetta da IBD, purché vi sia un approccio condiviso. Talvolta, infatti, i ginecologi mettono in discussione l’uso di alcuni farmaci, ma il nostro impegno è nell’invitare a proseguire le terapie per le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali: per la maggior parte di esse, la prosecuzione è più sicura della loro interruzione. Questo è uno dei punti che auspichiamo di condividere con gli altri specialisti”.