Glioblastoma, si testa il vaccino per trattare il tumore cerebrale più aggressivo

Cellule dendritiche interagiscono con i linfociti T (crediti: National Cancer Institute)
Cellule dendritiche interagiscono con i linfociti T (crediti: National Cancer Institute) 
Avviato il primo studio clinico in Italia per valutare se e quanto il vaccino sperimentale basato sulle cellule dendritiche autologhe possa bloccare la progressione del tumore. Trattati i primi tre pazienti
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TERAPIE di frontiera in corso di sperimentazione. Come un vaccino contro il glioblastoma - il più frequente tra i tumori cerebrali negli adulti - ottenuto a partire da particolari cellule del sistema immunitario del paziente stesso. Lo studio clinico per testarne l’efficacia, primo e unico nel suo genere, è partito all’Istituto Tumori della Romagna “Dino Amadori” IRST IRCCS (uno tra i centri oncologici italiani di riferimento nella sperimentazione di terapie per i vaccini con cellule dendritiche autologhe), in collaborazione con l’Unità Operativa di Neurochirurgia dell’AUSL Romagna di Cesena. La sperimentazione oggi è in fase 2, mira cioè a confermare la tollerabilità del trattamento e a valutare la capacità di innescare una reazione immunitaria contro il tumore: una risposta che si auspica possa essere in grado di prolungare il tempo di sopravvivenza dei pazienti. Fino ad ora con questo vaccino sperimentale sono stati trattati i primi 3 pazienti e uno di loro ha completato l’intero iter: un uomo di 54 anni che ha tollerato il trattamento, senza mostrare effetti collaterali né immediati e né a distanza di mesi dalla somministrazione. Nell'arco dei prossimi tre anni saranno coinvolti in totale 28 pazienti, e i ricercatori sperano di riuscire a presentare i primi risultati già dopo il primo anno.

Insegnare al sistema immunitario come riconoscere il tumore

La terapia sfrutta le caratteristiche delle cellule dendritiche, cioè cellule sentinelle del sistema immunitario appartenenti alla famiglia dei globuli bianchi, che avvertono la presenza di un patogeno nell’organismo e stimolano una risposta specifica contro quella stessa sostanza estranea o pericolosa. La loro forza sta nella capacità di “assorbire” l’antigene tumorale e di esporlo sulla propria superficie per facilitare ai linfociti il compito di individuarlo, riconoscerlo e scatenare una risposta immunitaria contro di esso. “Le cellule dendritiche svolgono un’azione fondamentale, che è quella di segnalare ai linfociti quali cellule tumorali attaccare”, spiega Laura Ridolfi, oncologa della Struttura di Oncologia clinica e sperimentale Immunoterapia, Tumori rari e CRB dell’IRST e Principal Investigator dello studio: “Una volta che ciascun linfocita ha imparato a riconoscere la sua specifica cellula tumorale, sarà capace di individuarla sempre, perché crea una sorta di memoria immunologica”.

Lo studio clinico

Il vaccino è ottenuto a partire dalle cellule del paziente. “Si rimuove chirurgicamente il glioblastoma e si procede con un’aferesi: si raccolgono, cioè, i globuli bianchi – continua Ridolfi - In laboratorio si esegue poi la differenziazione e la produzione di cellule dendritiche che, per renderle capaci di attivare la risposta immunitaria, vengono ‘esposte’ alle cellule del tumore asportato. Gli antigeni del tumore sono assorbiti ed esposti sulla membrana esterna delle stesse cellule dendritiche in forma di frammenti di proteine. Una volta somministrate al paziente, le cellule dendritiche migrano verso i linfonodi e ‘istruiscono’ i linfociti, segnalando gli antigeni tumorali su cui agire”. Al paziente viene somministrata la prima iniezione di vaccino dopo un ciclo di radiochemioterapia di 4-6 settimane. Terminata questa fase, il trattamento prevede l’infusione di una dose di vaccino a settimana per un mese, e poi di una dose al mese per 6-12 mesi.

Terapia già testata su melanoma metastatico

Con lo stesso trattamento, dal 2001 l'IRST ha trattato più di 80 pazienti con melanoma metastatico. “Abbiamo osservato un beneficio clinico, ossia una risposta o una stabilizzazione della malattia, nel 54% dei casi, con un profilo di tossicità ottimale”, conclude la ricercatrice: “Ci auguriamo, quindi, che la terapia, di cui continueremo a valutare sicurezza e tossicità, possa agire anche sui tempi di progressione del glioblastoma, prolungando la sopravvivenza del paziente”.