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Poca tecnologia e organizzazione per la cura dei pazienti oncologici

Poca tecnologia e organizzazione per la cura dei pazienti oncologici
La fotografia di cosa succede nei day hospital onco-ematologici è stata scattata da Cittadinanzattiva. Che elabora delle raccomandazioni per migliorare la situazione alla luce dei finanziamenti del Pnrr
3 minuti di lettura

COME stanno i day hospital onco-ematologici in Italia? A fotografare il loro “stato di salute” sono i risultati dell’indagine promossa da Cittadinanzattiva, con il sostegno non condizionato di Roche, che ha monitorato 44 realtà della Penisola, evidenziando punti di forza e di debolezza. Nonostante un inizio delle terapie rapido, c’è ancora da lavorare sulla velocità dei percorsi per la somministrazione delle singole terapie all’interno delle strutture: troppa lentezza, con attese che possono arrivare fino a 8 ore. Anche l’utilizzo di soluzioni digitali e l’informatizzazione per la gestione del paziente rimangono strumenti limitati, e poco sviluppato resta il raccordo tra ospedale e territorio. Da questo lavoro nascono le Raccomandazioni civiche per disegnare percorsi efficienti e migliorare la qualità della vita dei 3,6 milioni di italiani che convivono con una patologia oncologica.

 

C’è ancora da lavorare

Da quanto emerso dal monitoraggio, manca un po’ di organizzazione: il 13,6% dei day hospital onco-ematologici convoca i pazienti alla stessa ora senza scaglionarli in base al tipo di terapia; oltre il 22% non separa i percorsi tra chi deve effettuare controlli o terapie brevi e chi deve sottoporsi a terapia infusionale; più del 40% non monitora i tempi fra le varie fasi al fine di migliorare il percorso di cura e oltre il 20% non utilizza software per la gestione del percorso del paziente. Inoltre, le soluzioni digitali che consentono di avvicinare l’ospedale al territorio non vengono sfruttate in modo adeguato: il 20% delle strutture monitorate non rilascia la ricetta elettronica, il 34% non ha attivato e non alimenta il fascicolo sanitario, mentre ben il 54% non ha cartelle cliniche informatizzate. Metà delle strutture, infine, non ha attivato servizi di telemedicina e più del 30% non prevede il case manager, quale figura di raccordo tra ospedale e territorio.

Soluzioni dalla pandemia

La pandemia ha portato la necessità di ridurre gli spostamenti delle persone, in particolare dei più fragili, e ha obbligato a implementare procedure e servizi per contenere il numero di pazienti all’interno dei day hospital. Ci sono state alcune sperimentazioni, ma con molte disparità tra una struttura e l’altra. Solo il 18% dei day hospital ha attivato la consegna dei farmaci a domicilio, per esempio, mentre il 31% ha individuato luoghi di cura più vicini al paziente (il 18,2% direttamente a casa). Nel 35% delle strutture sono state scelte, quando possibile, terapie di breve durata o orali che potessero essere gestite in modo più facile a domicilio o che richiedessero meno tempo da passare in day hospital.

“Con questo monitoraggio abbiamo voluto fotografare l’organizzazione dei day hospital in questa fase emergenziale al fine di cogliere, oltre alle difficoltà incontrate, anche le opportunità che sono derivate dalla pandemia, analizzando assetti organizzativi innovativi e strategie verso le quali i modelli di cura per i pazienti oncologici potranno tendere nel futuro”, ha commentato Valeria Fava, responsabile coordinamento politiche della salute di Cittadinanzattiva.

 

Le raccomandazioni civiche

Alla luce di quanto messo in evidenza dal sondaggio, non è difficile individuare le aree che ancora necessitano di intervento e immaginare come sviluppare le cure per i pazienti onco-ematologici: le sperimentazioni in epoca Covid hanno aperto la strada e nuove opportunità arriveranno dalle applicazioni del Pnrr.

Dal lavoro di Cittadinanzattiva, dunque, sono risultate delle raccomandazioni per proseguire nell’implementazione di modelli sempre più aderenti ai bisogni dei pazienti onco-ematologici. Sono proposte per disegnare percorsi di qualità per i pazienti oncologici, nate dalla condivisione con le istituzioni, i professionisti sanitari, le società scientifiche e le associazioni di pazienti. “Rappresentano una road map di impegni e azioni concrete per migliorare il percorso di cura e la qualità di vita del paziente oncologico e ridisegnare il modello di assistenza sul territorio”, ha chiarito Fava. Si parla, per esempio, di istituire ovunque le Reti oncologiche regionali, di mettere a punto Pdta specifici per patologia, di promuovere modalità di assistenza e cura più vicine ai pazienti (come nelle future Case e ospedali di comunità e, dove possibile, presso il domicilio del paziente).

Proprio come sperimentato da alcuni centri in pandemia, bisognerebbe implementare i servizi di consegna dei farmaci al domicilio del paziente per le terapie orali, che di norma sono distribuite in modalità diretta. Un altro auspicio è la semplificazione del percorso di cura, garantendo la prenotazione di visite ed esami necessari al monitoraggio della patologia e al follow up al termine del ciclo terapeutico.

Ancora, i percorsi nei day hospital andrebbero ottimizzati, consentendo l’esecuzione dei prelievi anche in luoghi diversi dalla struttura, scaglionando gli appuntamenti in base alla tipologia di terapia (breve o lunga), separando i percorsi per i controlli e le terapie orali da quelli per le somministrazioni, adottando, laddove possibile, stanze ad hoc per terapie brevi.

La figura del  "case manager" dovrebbe essere individuata in tutte le strutture e diventare il punto di riferimento per il paziente/familiare/caregiver e per tutti i professionisti coinvolti nel percorso. Nel documento non viene tralasciato nemmeno il dialogo tra paziente e farmacista ospedaliero, suggerendo di implementare l’utilizzo della telefarmacia.

Molto importante sarà adeguare le infrastrutture digitali e favorire le soluzioni e-health oggi a disposizione per garantire il miglior raccordo tra le cure sul territorio e quelle ospedaliere, favorire percorsi di formazione di medici e specialisti, ma anche dei pazienti e dei loro caregiver, con il supporto anche delle organizzazioni civiche e delle associazioni di pazienti.