Il test genomico è un alleato efficace nella scelta della terapia del tumore al seno

Un’altra conferma in real life dell’importanza di Oncotype Dx, che predice l’utilità o meno della chemioterapia. I dati sono stati presentati all’European Breast Cancer Conference
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Il test genomico Oncotype DX si conferma ancora una volta un buon alleato di clinici e pazienti: i nuovi dati in real life su oltre 500 pazienti colpite da carcinoma mammario attestano l'efficacia dell’esame nell’evitare chemioterapie inappropriate. Presentata all’European Breast Cancer Conference (Ebcc-12) appena concluso, la sperimentazione ha incluso pazienti con caratteristiche anche più critiche rispetto alle persone coinvolte negli studi clinici registrativi.

Lo studio, svolto tra il 2016 e il 2019 in 15 centri senologici in Germania, ha coinvolto 567 pazienti, di cui 403 con linfonodi negativi (N0) e 167 con uno o tre linfonodi positivi. Pazienti con tumore del seno in fase iniziale, con recettori ormonali positivi, HER-2 negativi con o senza coinvolgimento linfonodale, che per caratteristiche della malattia si trovano in una zona grigia in cui la chemioterapia potrebbe o non potrebbe dare beneficio.

Secondo quanto riferito dai ricercatori, l’esito di Oncotype Dx ha condizionato la scelta terapeutica da parte del clinico, che alla luce del punteggio del test (Recurrence Score) è cambiata nel 33,5% dei casi. L’indicazione fornita dal test ha portato a una riduzione delle chemioterapie del 23,5%, un risultato che avrebbe potuto essere anche superiore se fossero stati applicati nuovi criteri decisionali emersi dallo studio TailorX del 2018.

“I test genomici sono in grado di supportare l’oncologo nella personalizzazione delle terapie in pazienti con carcinoma mammario in fase iniziale”, ha commentato Francesco Cognetti, Presidente Fondazione Insieme contro il Cancro e Direttore Oncologia Medica Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma. “Sono strumenti utili nella scelta del trattamento per le donne che, in base alle caratteristiche anatomopatologiche e cliniche, sono in una sorta di ‘zona grigia’, in una fase in cui non si può includere o escludere con certezza la chemioterapia rispetto alla sola ormonoterapia. Nel 2019, in Italia, sono stati stimati 53.500 nuovi casi di tumore della mammella. La maggior parte presenta una malattia in fase iniziale, locale o localmente avanzata, che esprime i recettori estrogenici ma non la proteina HER2 (ER+/HER2-). In questi casi, dopo la chirurgia, la terapia prevede il trattamento endocrino, che può essere associato a chemioterapia nei casi ritenuti a maggior rischio di recidiva. Le stime indicano che oltre il 50% delle donne operate per carcinoma mammario in fase iniziale riceve un trattamento chemioterapico dopo l’intervento chirurgico, anche se solo una percentuale inferiore beneficia realmente di questa strategia terapeutica. Da qui l’importanza del test genomico Oncotype DX, che è in grado di identificare le pazienti che hanno maggiore o minore probabilità di trarre beneficio dalla chemioterapia adiuvante o dalla sola ormonoterapia”.

Il test, dunque, conferma il potenziale di evitare sotto o sovra-trattamenti, dando informazioni genomiche che vanno al di là dei parametri clinici tradizionali. Un altro risultato significativo, infatti, è quello emerso da uno studio retrospettivo su i 4.695 pazienti con tumore del seno in stadio iniziale con linfonodi positivi o negativi sottoposte al test Oncotype DX nella pratica clinica routinaria: il Recurrence Score correla debolmente con il marker di proliferazione nucleare Ki67 e altri parametri indice di alto rischio. In altre parole, anche in pazienti considerate ad alto rischio di recidiva secondo i criteri tradizionali poteva avere un basso Recurrence Score, a suggerire la chemioterapia non avrebbe dato loro giovamento. I risultati, dunque, dimostrerebbero che Oncotype Dx è indicato per tutte le pazienti: indipendentemente dal grado di malattia fornisce informazioni importanti, da cui può dipendere la scelta terapeutica.