Tumore alla prostata: 3 pazienti su 10 rinunciano alle visite per paura del Covid

Tumore alla prostata: 3 pazienti su 10 rinunciano alle visite per paura del Covid
Il timore del contagio allontana i pazienti anche nel 2021: dai dati raccolti da Fondazione Pro risulta che la situazione non è ancora tornata alla normalità. Terapie domiciliari e telemedicina possono aiutare
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Se già prima della pandemia tra gli uomini c’era resistenza a sottoporsi a prime visite, a controlli periodici dall’urologo o a esami che permettessero di favorire diagnosi precoci del tumore alla prostata, con il Covid la situazione è drasticamente peggiorata. Nel 2020 la paura di accedere alle strutture sanitarie, aumentando le probabilità di esporsi al rischio di contagio, ha causato una significativa riduzione delle attività diagnostiche e chirurgiche: il 90% in meno rispetto al pre-pandemia.  

E anche tra i pazienti colpiti dal tumore, la paura del contagio ha determinato numeri preoccupanti di rinvio o rinuncia alle visite di follow-up. I dati sono stati raccolti da Fondazione PRO, organizzazione no profit impegnata nella diffusione della cultura della prevenzione nella popolazione maschile, attraverso due sondaggi che lo scorso ottobre hanno coinvolto 400 specialisti in urologia e altrettanti pazienti. I risultati sono stati presentati alla vigilia della Giornata Mondiale dell’Uomo, che ricorre il prossimo 19 novembre, nell’ambito della campagna ‘Per il cancro non c’è lockdown’, realizzata dalla fondazione con il supporto incondizionato di Ipsen.

I risultati

Lo scorso anno, in piena pandemia, 9 pazienti su 10 avevano rifiutato l’accesso alle cure e alle strutture ospedaliere. Oggi la situazione sta migliorando, ma il Covid fa ancora paura. Nel 2021 fino a oggi, tre pazienti su dieci colpiti da tumore alla prostata hanno rinunciato alle visite mediche e sempre tre su dieci hanno evitato di andare in ospedale; otto su dieci ignorano se le terapie a cui sono sottoposti possano esporli a un maggiore rischio di contrarre il virus. Per il 70% degli urologi il ritorno alla normalità è ancora lontano e ad avere subito più riduzioni, rispetto a cure farmacologiche e chirurgie, sono proprio i follow-up.

“A distanza di un anno dalla prima, abbiamo realizzato due nuove survey per capire se e come fosse mutata la situazione – spiega Vincenzo Mirone, ordinario di Urologia dell’Università Federico II di Napoli e Presidente di Fondazione Pro –. I dati emersi mostrano come permane paura a recarsi negli ospedali, ma per fortuna, con la quasi totalità di pazienti vaccinata, il quadro è sicuramente più positivo rispetto al passato. Infatti, per la gran parte degli uro-oncologi intervistati, il prossimo futuro registrerà una situazione ancora migliore. Quello che abbiamo fotografato è un lento ritorno alla normalità, ma resta molto da fare. Come è emerso dai sondaggi, i malati chiedono di evitare di recarsi in corsia. Invece gli ospedali sono ormai luoghi sicuri, dove si può e si deve tornare a farsi visitare per un tumore che colpisce ogni anno in Italia 37mila persone, con 564mila che vivono dopo aver ricevuto una diagnosi”.

Ospedali sicuri

Per Fondazione Pro, la campagna di sensibilizzazione può essere utile ad aiutare pazienti che sono ancora disorientati, e che hanno bisogno di essere incoraggiati nel riprendere con regolarità i controlli. “A un anno e mezzo dalla diffusione del virus abbiamo avuto modo di riorganizzarci, realizzare nuovi percorsi nelle nostre strutture e garantire in questo modo la sicurezza dei pazienti – dichiara Silvio Cigolari, Direzione Sanitaria, Responsabile Gestione Flussi AOU San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona (Salerno) – Le persone possono accedere tranquillamente agli ospedali sia per i follow-up che per le prime visite, fondamentali per la prevenzione. Ci auguriamo che la strategia vaccinale, anche per la terza dose, prosegua in modo fluido e che coinvolga tutti i cittadini, perché ora che la fiducia dei malati è in graduale aumento non possiamo permetterci di tornare alla situazione di grave emergenza di un anno fa”.

Telemedicina e terapie domiciliari 

I sondaggi hanno anche mostrato la necessità di venire incontro alle esigenze del paziente e favorire, per chi convive con il tumore alla prostata, terapie trimestrali e semestrali, che permettono di recarsi meno negli ospedali, pur nella continuità di cura. 
“Il 93% dei malati riferisce che la frequenza di somministrazione presenta un impatto significativo sulla qualità di vita. Le ragioni sono molteplici e riguardano in particolar modo coloro che sono costretti a curarsi lontano da casa – afferma Giuseppe Procopio, Responsabile Oncologia Medica genitourinaria dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – Questo deve farci riflettere sulla necessità di ridurre la presenza in ospedale con terapie domiciliari e con la telemedicina: l’età media al momento della diagnosi è di 72 anni, è quindi evidente come offrire visite online possa avere effetti positivi sia sul benessere della persona che sulla sua aderenza alle cure”. La telemedicina può venire in soccorso, ma con strumenti che devono essere semplici, efficaci e soprattutto accessibili a tutti.

La cultura della prevenzione

‘Per il cancro non c’è lockdown’ prevede attività social, un booklet destinato ai pazienti stampato e distribuito in 10 centri di eccellenza urologica, e due spot, uno promosso con Massimiliano Allegri e l’altro che ha come testimonial d’eccezione Carlo Verdone.  “È importante che strutture ospedaliere e società scientifiche promuovano una cultura della sicurezza – sottolinea Tommaso Setilli, paziente oncologico –. Noi siamo talvolta disorientati e in questi ultimi due anni la paura del contagio ha convinto molti di noi a rimandare cure e controlli. Purtroppo, siamo consapevoli che questa non sia la soluzione migliore. Per questo motivo, occorre insistere affinché fin dall’adolescenza ogni genitore porti il proprio figlio dall’urologo, facendogliene capire l’importanza”. Per Stéphane Brocker, amministratore delegato di Ipsen S.p.A, è necessario intervenire a livello nazionale, ma soprattutto a livello regionale, per garantire a tutti i pazienti un accesso sicuro alle cure. “Siamo orgogliosi di avere contribuito alla realizzazione di questo progetto, che ha permesso di ascoltare medici e pazienti e comprendere le conseguenze che la pandemia ha provocato su di loro – commenta Brocker – Oggi, grazie ai risultati emersi, abbiamo una maggiore consapevolezza delle attuali criticità. È responsabilità comune ricordare l’importanza di proseguire con i follow-up e non rinunciare alla corretta assunzione delle terapie, così come lavorare affinché vi siano le condizioni che lo permettano”.