Terapia mirata per il tumore ovarico, la dose personalizzata diminuisce gli effetti avversi

(Creidit: Drew Hays via Unsplash)
(Creidit: Drew Hays via Unsplash) 
I dati dello studio Prime confermano che la sopravvivenza libera da malattia triplica nelle pazienti con tumore in stadio III e IV trattate con niraparib rispetto a placebo. E dimostrano che la dose dovrebbe essere individualizzata
1 minuti di lettura

I farmaci Parp-inibitori hanno cambiato la storia naturale del tumore ovarico e continuano a farlo. Parliamo di una delle neoplasie femminili più aggressive, che si presenta in stadio avanzato nell’80% dei casi e che, anche quando è scoperta in fase iniziale, dà spesso recidive. Ora, lo studio indipendente PRIME mostra che, nelle pazienti con un tumore ovarico di stadio III/IV, il Parp-inibitore niraparib somministrato in modo personalizzato è in grado di triplicare la sopravvivenza libera da progressione di malattia rispetto al placebo. Nelle donne che hanno ricevuto il farmaco, infatti, tale sopravvivenza è stata pari ad oltre due anni, mentre in chi era stata trattata con placebo la ripresa della malattia si è manifestata dopo poco più di 8 mesi. Questi dati equivalgono a una riduzione del 55% di possibilità che il tumore si ripresenti o di morire.

Benefici anche senza mutazioni

Lo studio è stato condotto in Cina e conferma i risultati del trial PRIMA, che aveva portato alla registrazione del farmaco (rispetto a PRIMA, lo studio PRIME ha incluso pazienti di stadio III che non avevano malattia residua dopo l’intervento chirurgico). In Italia niraparib è infatti approvato per il trattamento di mantenimento in prima linea e in monoterapia, in pazienti con risposta completa o parziale alla chemioterapia e indipendentemente dalla presenza di mutazioni. “Un dato importante è che in tutti i sottogruppi di pazienti - con mutazioni nei geni BRCA, con deficit di ricombinazione omologa o senza alterazioni di questi geni - è stato osservato un beneficio statisticamente significativo in termini di intervallo libero da progressione”, sottolinea Giorgio Valabrega, del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino e dell’Oncologia dell’Ospedale Mauriziano Umberto I della città sabauda.

Il vantaggio della dose personalizzata

Nella sperimentazione - i cui dati sono stati presentati all’Annual Meeting on Women’s Cancer della Society of Gynecologic Oncology - gli autori hanno somministrato fin dall’inizio una dose individualizzata di farmaco, in base al peso corporeo e alla conta piastrinica, proprio per migliorare il profilo di sicurezza. E i dati confermano il miglioramento: solo il 6,7% delle pazienti trattate con il farmaco (il 5,4% nel braccio placebo, per confronto) ha sospeso in modo definitivo la cura a causa di eventi avversi. Si tratta della percentuale più bassa tra quelle riportate negli studi di Fase III con i Parp-inibitori nel carcinoma ovarico. “PRIME ci conferma definitivamente che il dosaggio di niraparib deve essere individualizzato per ogni singola paziente, anche in prima linea, come in parte già suggerito dallo studio PRIMA - continua Valabrega - In questo modo è possibile ridurre moltissimo gli effetti collaterali, senza pregiudicare minimamente l’efficacia del farmaco”.