Enrico Carraro: «Bivio Pnrr, la partita decisiva per la ripartenza è quella delle riforme»

Il presidente di Confindustria Veneto all’Alfabeto del Futuro: «Stop all’eccesso di burocrazia, parte dei debiti diventino partecipazioni al capitale»

PADOVA. «Il Covid ha aumentato l’esposizione finanziaria delle imprese, e non è detto che sia sufficiente un allungamento dei tempi di restituzione. Varrebbe la pena, invece, di iniziare a pensare di trasformare una parte di questo debito in equity». A dirlo il presidente di Confindustria Veneto Enrico Carraro durante la sua conversazione con il direttore editoriale di Gnn Massimo Giannini.

«Siamo un Paese indebitato in entrambi i sensi» ha spiegato Carraro «sia in termini di debito pubblico, sia per quanto riguarda la leva finanziaria delle imprese, anche quelle venete storicamente più prudenti in questo senso. Il Covid non ha certo contribuito positivamente a ridurre l’esposizione finanziaria del nostro sistema economico e produttivo, anzi.

«L’utilizzo della liquidità garantita dallo Stato è stata ampiamente usata dalle Pmi che, nel bene e nel male, sono il nerbo del nostro sistema e non è detto che questo sia senza conseguenze. Dopo il gelo del Covid la ripresa è per lo meno a due velocità: c’è chi è stato in grado di ripartire subito, chi addirittura non si è mai fermato o quasi. Ma c’è pure chi soffriva prima del marzo 2020. Ci sono poi settori come il turismo e la moda che ci auguriamo possano riprendere a correre già nei prossimi mesi. Ma le differenze rischiano di farsi sentire sul piano del credito e non è detto che sia sufficiente un allungamento dei termini di restituzione. Potrebbe essere interessante, invece, adottare lo strumento della trasformazione in partecipazioni al capitale del debito accumulato, in tutto o in parte, per trasformare una debolezza in un potenziale elemento di crescita e rilancio».

Ed è proprio attorno al futuro dell’impresa che si è sviluppata la conversazione tra il direttore de La Stampa e il presidente di Confindustria Veneto. Elementi quali la crescita dimensionale di un tessuto di piccole e medie imprese che si dimostrano fragili nella competizione globale, o come quello relativo allo sviluppo dimensionale e culturale delle imprese a conduzione familiare. «Piccolo non è più bello da molto tempo» ha ammesso il presidente di Confindustria Veneto.

«Dobbiamo superare una resistenza che è nel carattere di noi veneti a fare filiera, e alcuni segnali positivi in questo senso arrivano. Dobbiamo aprire le nostre imprese alle competenze, non solo tecniche, lavorando con il mondo della scuola e dell’Università, ma introdurre nuova linfa a livello di management».

Strategico per il presidente di Confindustria Veneto il ruolo del Governo non tanto in termini di fondi del Pnrr quanto piuttosto sul piano delle riforme.

«Credo ci sia ancora molto da lavorare in questo senso per capire nel concreto come questi soldi si tradurranno in progetti ed investimenti» ha detto l’imprenditore. «E tuttavia non sono tanto innamorato del lato economico del Pnrr quanto piuttosto di quello relativo alle riforme: una per tutte quella della pubblica amministrazione. Le imprese spendono in burocrazia ogni anno 57 miliardi di euro, una cifra enorme che potrebbe essere ridotta a beneficio di tutti.

«In questo senso credo che il ruolo di lobby dei corpi intermedi, quelle associazioni di categoria come Confindustria ma non solo, sia stato rafforzato dal Covid dopo alcuni tentativi di disintermediazione a cui abbiamo assistito in questi ultimi anni. Questo non vuole dire credere nell’assistenzialismo. Sono convinto che l’Italia ce la farà, certamente lavorando tantissimo ma soprattutto, come ha ben detto il presidente del Consiglio Mario Draghi a proposito degli imprenditori, “innamorandosi del futuro”».

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