Telefonata Milley-Gerasimov: Usa e Russia ritentano la tregua

I capi delle forze armate si parlano per la prima volta dall’invasione. Biden accoglie i leader scandinavi: «Con voi la Nato più forte che mai»

CORRISPONDENTE DA WASHINGTON. Prima di salire sull’Air Force che lo ha portato a Seul per un viaggio molto atteso fra gli alleati asiatici coreani e giapponesi, il presidente americano Joe Biden ha ricevuto nel Giardino delle Rose gli alleati scandinavi e quindi ha inviato al Congresso la richiesta di ratificare la richiesta di Finlandia e Svezia di aderire alla Nato. Biden ha voluto mostrare – presentandosi alla Casa Bianca con al suo fianco il presidente finlandese Sauli Niinisto e la premier svedese Magdalena Andersson – la compattezza del fronte occidentale e lo stato di salute della Nato che «oggi è ancora più rilevante», ha detto il leader Usa evocando l’articolo 5, quello scattato solo una volta nella storia, l’11 settembre, e il cui ombrello finirà per proteggere i nuovi entrati.

La resistenza dei turchi sarà superata, è la sensazione che rimbalza a tutti i livelli a Washington. Sia al Dipartimento di Stato che alla Casa Bianca. E anche gli esperti come Douglas Rediker, ex presidente del World Economic Forum, lo ribadiscono: «È un bluff per fare pressioni su Biden e ottenere aiuti militari», ha detto in un colloquio con l’Ansa.

Sul piatto ci sono commesse legati ai nuovi F16 che la Turchia vorrebbe acquistare.

Tocca al presidente finlandese tendere però il ramoscello d’olivo a Erdogan, spiegando che Helsinki è «aperta a discutere tutte le preoccupazioni della Turchia in un modo costruttivo». I negoziati sono già in corso, ha detto, e proseguiranno. Quel che servirà, ha puntualizzato, sono consultazioni ad alto livello per sbloccare la situazione. Stessa linea per gli svedesi che con la decisione di entrare nell’Alleanza spezzano 200 anni di orgogliosa neutralità. Non ci saranno problemi – ha rimarcato – Biden per incorporare gli scandinavi nelle dinamiche tecniche della Nato poiché già collaboriamo.

Certo Niinisto si è fatto anche portavoce di un certo scetticismo quando ha ricordato la recente telefonata con Putin: «Non ho molta speranza che cerchi la pace in questo momento».

Il segretario di Stato Antony Blinken ieri ha presieduto il Consiglio di sicurezza dell’Onu a New York. Nel corso della riunione ha avuto un vivace scambio con i russi invitati ad aprire i porti e lasciare transitare i camion e i mezzi per portare e distribuire ovunque il grano. L’ambasciatore di Mosca gli ha replicato dicendo che gli Usa «attribuiscono alla Russia tutte le colpe di quel che succede nel mondo».

Blinken ha quindi firmato un nuovo pacchetto di aiuti militari per 100 milioni di dollari (il totale dal 24 febbraio è ora di 3,9 miliardi) e ha detto che questi «servono per rafforzate la posizione al tavolo negoziale dell’Ucraina e isolano la Russia». Una sintesi efficace delle direttrici su cui si muovono gli Usa. Il Senato ha dato via libera ai 40 miliardi di dollari per Kiev (di cui 20 per le armi e 7,5 in aiuti economici); dall’altra invece il Pentagono ha provato nuovamente ad avere un contatto con Mosca. C’è stata per la prima volta dall’11 febbraio una telefonata fra i generali, Milley e Gerasimov. La Difesa Usa si è trincerata dietro una dichiarazione vaga: «I leader militari hanno discusso diversi temi di preoccupazione legati alla sicurezza e hanno convenuto nel mantenere le linee di comunicazione aperte». Appena poco più loquaci i russi, la Tass però ha indicato «l’Ucraina» fra i temi di preoccupazione. Nei giorni immediatamente successivi all’invasione, Mosca e Washington, pur a fatica, avevano costruito una «linea di comunicazione diretta» – figlia del leggendario telefono rosso dei tempi della Guerra Fredda – per evitare incidenti sul teatro bellico. Schema già applicato in Siria.

La base di questo «telefono» è nel comando Usa a Stoccarda e cade sotto la responsabilità del generale dell’Air Force Tod Wolters. Ieri in una conferenza stampa, Wolters ha accennato al colloquio fra Milley e Gerasimov sottolineando di «sperare che possa essere un passo che avvicina una soluzione diplomatica».

Che sembra tuttavia ancora un puzzle dove mancano sia volontà sia i pezzi. Anche se la seconda telefonata in una settimana – dopo quella che ha rotto il ghiaccio la scorsa settimana fra Lloyd Austin e Serghei Shoigu – qualche spiraglio di disgelo lo apre.

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