Festivaletteratura, lo sport di Juantorena: «Scuola e lotta al doping»

Alberto Juantorena in Gazzetta

Il cubano neo vice presidente Iaaf: "Vitale l’educazione fisica nella scuola primaria». Sul disgelo Cuba-Usa: Finalmente ci siamo: seduti a un tavolo per trovare una soluzione. Sarà un percorso lungo e lento. Entrambi abbiamo da guadagnarci ma non ci venderemo"

MANTOVA. Alberto Juantorena, ovvero “El Caballo”. Per gli sportivi che hanno i capelli grigi negli anni ’70 l’atleta cubano è stato una sorta di mito. Ancora lo è, se è vero che rimane l’unico uomo al mondo ad avere vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi sia nei 400 che negli 800 metri, due discipline non proprio del tutto simili. Oggi, a quasi 65 anni, Juantorena, a Mantova per la presentazione di un libro su di lui nell’ambito del Festivaletteratura, è uno dei capisaldi della Iaaf (Federazione internazionale di atletica leggera) presieduta dall’inglese Sebastian Coe: proprio lo scorso agosto ha assunto la carica di vicepresidente e ha le idee ben chiare sull’atletica e sui temi scottanti ad essa legati. Ma anche sulla politica, con la recente apertura tra Cuba e gli Stati Uniti.

Lei è reduce dai mondiali di Pechino: che differenze trova tra l’atletica dei suoi tempi e quella attuale?

«Io credo che negli anni gli atleti non siano cambiati. Dai tempi di Jessie Owens, di Alberto Juantorena, di Carl Lewis fino ai giorni nostri l’atleta è sempre uguale a se stesso. Quella che è mutata in modo sostanziale è la tecnologia che ruota attorno a questo mondo, come in genere in tutto lo sport. L’atleta deve fare sempre ricorso alle sue capacità mentali e fisiche, di certo la metodologia e l’elettronica applicate all’allenamento hanno contribuito a migliorarne le prestazioni. Ma è sempre l’uomo che fa la differenza».

Il discorso scivola inevitabilmente sul doping…

«È questo il vero cancro che mina tutti gli sport, in particolare quelli dove girano tanti soldi. La storia purtroppo insegna che anche l’atletica, nonostante la Iaaf sia stata la prima a introdurre i test di alto livello non solo dopo la gara, è stata toccata da questa terribile sciagura. Bisogna chiamarla così perché non è solo un inganno verso se stessi o gli altri, con il doping si muore. Io lo dico in qualsiasi contesto sono chiamato a intervenire, in particolare ai più giovani o a quelli che sono attirati dai facili guadagni. Ma dobbiamo collaborare tutti in questa battaglia: le famiglie, le società sportive, l’opinione pubblica, anche i governi. È un problema culturale ed educativo del quale bisogna prendere coscienza in ogni parte del mondo. Occorre intervenire prima, con test frequenti e mirati prima delle gare, quando il problema è già insorto è troppo tardi».

Sono passati 39 anni e la sua doppietta d’oro alle Olimpiadi di Montreal ’76 è ancora imbattuta. Perché?

«Parlo per me stesso. Venivo dal basket e mi ero indirizzato subito verso i 400 metri. Con il mio allenatore, ci accorgemmo che avevo delle capacità fisiche naturali che mi consentivano di recuperare dallo sforzo molto prima di altri. Dati alla mano, ero in grado di disputare sia delle gare aerobiche come gli 800 che altre quasi senza utilizzo di ossigeno come i 400. Quando però comunicammo a chi preparava il calendario di Montreal che avremmo fatto entrambi si misero a ridere, non ci credevano. Il resto l’hanno fatto l’allenamento costante, la passione e soprattutto la grande forza mentale. Sono questi gli ingredienti che servono. Io correvo per vincere, mi concentravo solo su questo obiettivo, arrivare secondo per me era una sconfitta, tant'è che quando ho cominciato a non arrivare sul gradino più alto ho deciso di smettere. Ho l’orgoglio di dire che ho sempre corso e vinto come atleta pulito e vorrei che questa dovesse diventare la regola per tutti»

Intravede qualcuno in grado di poter emulare questo record?

«Al momento direi di no, anche perché la competizione oggi è salita di livello ed è già difficile primeggiare in una sola disciplina. E poi i calendari sono diventati più intricati. Credo sia difficile, ma nulla è impossibile».

Da poco è stato eletto vicepresidente Iaaf: oltre alla lotta al doping quali idee avete per il futuro dell’atletica? Che in Italia attraversa una grave crisi…

«Sono convinto che uno dei problemi più grossi sia quello di istituzionalizzare e radicare in modo sempre maggiore l’attività sportiva nei singoli paesi nelle aree locali. Troppo spesso motivi economici spingono invece atleti a spostarsi in alcuni stati, prevalentemente in Europa, che rischiano di monopolizzare il sistema. Dunque noi ci poniamo come obiettivo di sviluppare e migliorare la disciplina sportiva in ogni nazione con gare di zona, del resto ogni sport ha i suoi campionati nazionali. La partenza però deve essere un presupposto fondamentale: la scuola e i governi devono farsi carico delle proprie responsabilità e rendere obbligatoria l’educazione fisica almeno dai cinque anni in su. A Cuba ai miei tempi era già così: io mi considero un atleta nato e costruito sulla base della scuola primaria. E come me altri miei connazionali hanno raggiunto risultati di alto livello grazie a questo. E' stato il nostro sistema Anche questa è una questione culturale».

In posa con la Gazzetta al piano dello sport

A proposito di Cuba: voi e gli Stati Uniti avete riaperto le rispettive ambasciate e sembra che qualcosa di nuovo si stia muovendo. Come sono davvero i rapporti tra le nazioni?

«Fidel Castro, anche in tempi non sospetti, aveva sempre sostenuto che si sarebbe arrivati a un giorno in cui Cuba e Stati Uniti si troveranno, faccia a faccia, per discutere di tutti i loro problemi. Oggi quel giorno sembra essere diventato realtà anche se siamo appena agli inizi di un processo che considero molto lungo. I problemi da affrontare sono tanti: dall’embargo tuttora esistente, per cui non posso comprare negli Stati Uniti e devo cercare le cose in Europa; all’economia; ai diritti umani; alla base di Guantanamo per cui è stato firmato un contratto nei primi anni del Novecento che si rinnova ogni cento anni. Cento anni. Assurdo. E' chiaro che la rivogliamo è sul nostro territorio. Spero e sono convinto che arriveremo a sistemare tutto e sarà un grosso vantaggio per tutti, anche per gli americani. Ma non ci vuole fretta, passo dopo passo. E soprattutto deve essere chiaro che Cuba resterà sempre compatta a difesa non solo della sua integrità ma anche della propria dignità. Non abbiamo intenzione di svenderci. Né di rinunciare alle nostre conquiste, dal sistema sanitario nazionale alla scuola pubblica».

In chiusura: da dove arriva il soprannome “El Caballo”?

«Semplice: dalla falcata lunga che possedevo in corsa, che arrivava fino anche a 2,70 metri di ampiezza. Ma sapete un aneddoto? Anche Fidel Castro fu soprannominato allo stesso modo e pure il Lider Maximo in gioventù aveva praticato gli 800 metri di atletica. Durante una premiazione ufficiale mi fece vedere lui stesso, con orgoglio, una sua vecchia fotografia del 1946 che lo ritraeva impegnato in una gara».

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