Le 50 sfumature di Baggio Quel genio figlio dell’Italia

Compleanno speciale per il Divin Codino: storia del campione più amato

STEFANO EDEL. «Roberto, tu per l’Italia sei come Maradona per l’Argentina: fondamentale». Così lo motivava Sacchi, Ct della Nazionale, prima della partenza per il Mondiale negli States del 1994. Già, il Mondiale maledetto, dove quella finale con il Brasile fu decisa ai rigori e il numero 10 azzurro ne sbagliò uno, alla pari di capitan Franco Baresi, regalando di fatto la Coppa ai sudamericani. Lo diceva il buon Arrigo, lo abbiamo pensato tutti, o quasi. Perché Roberto Baggio, che domani compirà 50 anni, è stato a suo modo il Maradona italiano. Geniale, unico, straordinario. Con una sola differenza rispetto al “Pibe de oro”, a torto o a ragione considerato il più grande calciatore di tutti i tempi insieme a Pelè: quelle ginocchia segnate dal dolore in quanto fragili come un vaso di vetro di Murano. Il tormento quotidiano, la croce portata con rassegnazione, ma anche tanta compostezza, sui campi di mezzo pianeta, dove l’arte e la bellezza del suo calcio hanno fatto impazzire folle innamorate di lui.

Tutto parte da Caldogno

Lì, a pochi passi da Vicenza, il 18 febbraio 1967 Roberto viene al mondo quando la luce del giorno se n’è già andata e fa buio, le 18.15. È il sesto di otto fratelli (per equità, 4 femmine e 4 maschi) ed è figlio di Florindo e Matilde. La passione per il pallone si materializza non appena le sue gambette gli consentono di stare in piedi e non perdere più l’equilibrio: e, come raccontano i genitori al collega Germano Bovolenta della “Gazzetta dello Sport”, il bocia Roberto gioca con tutto ciò che assomiglia ad una palla, persino raggomitolando la carta bagnata e mettendola ad asciugare sul termosifone di casa perché faccia massa compatta. Le sue prime apparizioni, nella squadretta del paese allenata dal fornaio Zenere, fanno rumore, il ragazzino sforna “numeri” da applausi, incolla gli spettatori estasiati alla rete di recinzione, strappa applausi e “ooh” di ammirazione anche agli osservatori in apparenza più distaccati. I numeri sono indicativi quando passa al Vicenza, l’ovvio primo sbocco in una società professionistica: 120 partite nelle squadre giovanili biancorosse, ben 110 reti.

Il Conte Pontello e la Juve

Ci sono date memorabili scolpite nella mente di Baggio e la prima riguarda il suo debutto in un campionato “pro”, la C/1, a 16 anni. L’11 giugno 1983 entra nel secondo tempo di Vicenza-Piacenza (finirà 1-0 per gli ospiti), allo stadio Menti. Per la gente è già un idolo, quel suo caracollare da sinistra a destra e viceversa, le sue finte, i suoi dribbling che mettono a sedere avversari più esperti e navigati sono una gioia per gli occhi e valgono da soli il prezzo del biglietto. E allora ecco che, in due stagioni, si creano i presupposti per il salto nel grande club. È la Fiorentina ad assicurarselo, soffiandolo alla Juventus proprio in dirittura d’arrivo. Il Conte Pontello, patron dei viola toscani, scuce dal proprio portafoglio 2 miliardi e 700 milioni di lire, una cifra enorme per quell’epoca, e lascia Boniperti, il grande capo bianconero, di sale. A 18 anni Baggio può dunque trasferirsi in riva all’Arno.

I giorni bui degli infortuni

È il 3 maggio 1985, due giorni dopo aver firmato il nuovo contratto con i toscani, quando il fantasista si infortuna gravemente nella partita Rimini-Vicenza: fa gol e poi si rompe il crociato e il menisco della gamba destra. Operazione in Francia, dal celebre professor Bousquet, un “mago” nel ricostruire i campioni dello sport dopo gravi incidenti. La Fiorentina non lo abbandona, e farà bene perché tornerà più forte di prima.

Eppure il dazio da pagare alla gloria è ancora più pesante: otto giorni dopo il debutto in Serie A, avvenuto il 21 settembre 1986, in Fiorentina-Sampdoria, Baggio si fa male in allenamento. È sempre lo stesso ginocchio, il destro, appena operato. La “via crucis” è appena agli inizi, tre mesi di stop. Quando rientra, nuovo colpo della malasorte: menisco lesionato. Ancora ospedale, rieducazione, sofferenza.

La mamma come un angelo

È in quei frangenti che Baggio scopre, ma forse lo sa già dentro di sè, di avere al fianco un... angelo: mamma Matilde. Racconta: «In ospedale, dopo le operazioni, stavo malissimo. Niente antidolorifici, il dolore era terribile. Un giorno le ho detto: «Mamma, sto malissimo. Se mi vuoi bene, uccidimi perché io non ce la faccio più». E lei, per tutta risposta: «Non fare lo scemo, eh? Tornerai come prima. Più bello e più forte». Una frase che s’inculcherà nella testa di Robi come se si fosse sottoposto ad un training autogeno. Riprende a giocare e a Napoli ecco il suo capolavoro: una punizione alla Maradona, appunto. La svolta. È un piacere rivederlo come prima degli incidenti, zigzagare alla sua maniera, evitare uno, due, tre avversari e servire assist deliziosi ai compagni. Un grande, anzi un grandissimo. Quelle ginocchia lo tormenteranno ancora, alla Juventus, al Milan, al Bologna (dove, nonostante tutto, segnerà 22 gol, il suo record in A), sino a Brescia, l’ultima tappa di una carriera importante ma che avrebbe dovuto essere ancora più luminosa e ricca di gioie. Nella città della Leonessa, con Carlo Mazzone prima e Gianni De Biasi poi allenatori delle “rondinelle”, Baggio gioca dal settembre 2000 al 16 maggio 2004, quando chiude proprio allo stadio “Meazza” di Milano, nella Scala del calcio, il suo lungo percorso con gli scarpini ai piedi. Ricorda l’attuale Ct (trevigiano) dell’Albania, che ha avuto l’onore di vederlo tagliare il traguardo dei 200 gol proprio con la sua squadra: «Era unico. Un fuoriclasse. Ma quelle ginocchia non le scorderò mai: dopo ogni partita aveva la borsa del ghiaccio su entrambe. Giocavamo la domenica e lo rivedevo solo il mercoledì, alle volte il giovedì. Aveva l’assoluta necessità di riposare 2-3 giorni perché i dolori lo tormentavano. E io dovevo pregare sempre che riuscisse a recuperare in tempo per la gara successiva».

Quel Mondiale stregato

Pallone d’Oro nel ’93 (davanti all’olandese Bergkamp), Baggio non si scrollerà mai di dosso il “tormentone” di quel penalty fallito nella finale di Pasadena. Ancora oggi, quando ne parla, lo fa a fatica: «Ho sbagliato dei rigori quando giocavo, ma mai calciandoli alti. Quella è stata l’unica volta in cui mi è successo ed è difficile spiegare perché è andato là. Sognavo quel giorno da bambino. Un sogno che si è infranto, diventando incubo». Talmente virale da diventare, molti anni dopo, una pubblicità, con Baggio che per una volta inquadra la porta e batte il Brasile.

Buddha e la famiglia

Grandissimo sul rettangolo verde, riservato e schivo come uomo, anche se è difficile non essere personaggio quando sali vertiginosamente la scala del successo. Eppure, radicato ai valori della sua terra, dove gli affetti occupano un posto di rilievo, Roberto ha attribuito un peso determinante alla famiglia e, insieme ad essa, alla fede nel buddismo. Una scelta non facile, quest’ultima, che lo portò inizialmente a cozzare contro Andreina Fabbi, conosciuta a 15 anni («Abitava vicino a casa mia e veniva nella mia stessa scuola») e diventata sua moglie (oggi ne ha 48). Sempre a Bovolenta confidò: «Venivamo da famiglie cattoliche entrambi, e per lei non era facile capire perché mi fossi avvicinato a Buddha e alla sua religione. Poi, quando si è resa conto che per me la fede era importante, mi è venuta dietro e abbiamo pregato insieme. L’allenamento spirituale al coraggio mi ha fatto sopportare il dolore».

Numero 10 per i figli

Dal matrimonio con Andreina sono nati tre figli: Valentina, Mattia e Leonardo. Il rapporto con loro è quello di un padre premuroso, attento, ma non ossessivo. In fondo, a papà Florindo e a mamma Matilde deve tutto e nella parte del genitore fa la sua degna figura. Chissà se in quegli occhi lucenti e vivissimi, davanti alla torta con il numero 50 e le candeline da spegnere, spunterà una lacrima. Probabilmente sì. In fondo, sono le 50... sfumature di azzurro di un campione unico, impossibile da clonare.

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