Gli eventi di Noi Gazzetta, l'incontro con Lori: «La favola Acm, gli errori e ora la gioia dell’Accademia»

L’ex patron di Viale Te: «Ero giovane, adesso se potessi permettermelo sarei un presidente migliore»

MANTOVA. Atmosfera raccolta e tante verità nell'incontro tra Fabrizio Lori e i nostri lettori andato in scena nella sala convegni della Gazzetta. Sollecitato su vari temi dal direttore Paolo Boldrini, l'ex presidente dell'Acm ha raccontato molto di sè, del passato biancorosso e del presente, vincendo finalmente quell'eccesso di timidezza che lo ha sempre caratterizzato. L'ironia è la stessa degli anni d'oro: «Dite che per Mantova sono stato considerato al pari di un messia? Beh, non esageriamo. Però a ripensarci poi mi hanno anche messo un po' in croce». Padre di due bimbi piccoli avuti dalla compagna Elena Iodice, oggi Fabrizio è totalmente assorbito dall'Accademia che porta il suo nome: «È un progetto sviluppato la scorsa estate per far giocare a calcio bambini dai 4 ai 12 anni. Attualmente ne abbiamo una settantina, dall'attività psicomotoria fino alla categoria Esordienti. Ma il nostro fiore all'occhiello è la squadra di ragazzi diversamente abili, che sabato esordiranno nel campionato di Quarta categoria con la Spal. Non avete idea di quanta carica possiedano e riescano a trasmettere questi ragazzi...».

Primo allenamento per l'Accademia Fabrizio Lori



Dopo gli auguri doverosi al Mantova capolista in serie D («Finalmente una dirigenza seria, vincere qualsiasi campionato non è facile ma i presupposti sono i migliori»), Lori racconta di quella favola iniziata nell'estate 2004. «Quando sono arrivato io Graziani era già una bandiera, Di Carlo aveva vinto subito la C2. Da lì con tanto entusiasmo arrivammo a sfiorare la serie A. Un'avventura durata sei anni, dei quali il primo fu indimenticabile. Con quel mezzo miracolo di riportare l'Acm in B dopo 33 anni. Eccezionale l'esordio in B, quando perdemmo a Pescara alla vigilia di Natale eravamo rimasti imbattuti in Europa noi e il Lione. Poi il finale amaro del Delle Alpi, con l'indagine di Calciopoli già in corso e l'amara consapevolezza che Torino non poteva restare senza squadre nel massimo campionato. Segni premonitori con tante incognite a cui non volevo credere. Io che pensavo che le favole facessero bene al calcio».

La favola è diventata presto un incubo. «Più spendevo più realizzavo che vincere era maledettamente difficile. Ma avevo 36 anni, mi sentivo un coetaneo dei giocatori e i tifosi mi consideravano uno di loro, solo un po' più fortunato da potersi permettere una squadra. Oggi probabilmente sarei un presidente migliore di allora, farei scelte più ponderate. Ma non posso permettermelo. Nel calcio serve la fame di vittoria, quel Mantova che debuttò in B nel 2005-06 dava il 120% perché aveva paura di retrocedere. In seguito sono arrivati giocatori senza stimoli, con la pancia già piena. Ed è stato l'inizio della fine, ben prima dello scandalo scommesse. Io comunque vado a testa alta, sono orgoglioso di essere stato un presidente a cui la gente ha voluto bene». E gliene vuole ancora. 

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