Magia e contraddizioni del college football, lo sport che gli americani amano più di tutti

Nella casa di Ohio State l’incontro con passione, tradizione e spettacolo. Uno stadio con oltre 102mila spettatori per tifare gli universitari

La magia del college football: giocatori e tifosi di Ohio State cantano insieme a fine partita

COLUMBUS (Ohio - Stati Uniti) Un fiume rosso sale ordinatamente sugli autobus verso lo stadio. Incurante della pioggia. Pochi ombrelli. Tantissime mantelle impermeabili. Il cielo grigio si intona con i colori di Ohio State, anche se rovina il mezzogiorno del big match contro Wisconsin, per cui si è mossa la miglior troupe possibile di Fox Sports. Dall’Indiana all’Oceano Atlantico non c’è uno spiraglio di sole in questa uggiosa giornata di fine ottobre.

Allo stadio. Poco male per gli americani, che allo stadio vanno con qualsiasi temperatura e senza temere le intemperie. Poco male per i tifosi di Ohio State University, che affollano il loro The Shoe (soprannome che deriva dalla forma originale a ferro di cavallo dell’impianto) nonostante sia completamente scoperto e i prezzi dei biglietti rasentino l’insostenibile. Oggi il tagliando più abbordabile sfiora i 180, perché l’avversario è di quelli tosti.



La sfida. Wisconsin, che fino alla settimana prima era imbattuta come i Buckeyes padroni di casa. Buckeye in inglese significa proprio abitante dell’Ohio, prende il nome dall’ippocastano di qui, le cui foglie risaltano sui caschi: ogni partita giocata è un piccolo adesivo rotondo da attaccare sull’argento che protegge il capo. Un calcolo veloce dice più di 16 milioni d’incasso. Le partite d’altronde sono appena 6-7 ogni anno.

La contraddizione. Eccola la più grande delle contraddizioni. In un mondo attorno a cui ruotano milioni e milioni di dollari, dalle televizioni ai contratti dei coach, dalle sponsorizzazioni al merchandising, i ragazzi in campo, fulcro dello show, non possono guadagnare un solo euro. La partita con Wisconsin è dominata in difesa da Chase Young. Un ventenne di un metro e novantasei e centoventi chili, stellare. Il prossimo anno sarà sicuramente tra i primi tre atleti chiamati dai professionisti (in America le squadre della Nfl pescano ogni primavera i migliori del college: chi arriva ultimo quest’anno ha diritto a scegliere per primo l’anno prossimo). Young dopo la sfida di oggi sarà poi costretto a saltare due gare. Questo perché la Ncaa (National collegiate athletic association, che regola lo sport universitario), ha indagato e ha scoperto che il ragazzo ha ricevuto un prestito da alcuni parenti. Prestito che poi ha restituito. Tanto basta per la squalifica.

Ragazzi. Il suo talento cristallino, nel nostro piovoso pomeriggio d’ottobre, si intreccia con quello di altre future stelle. Il suo compagno di reparto il cornerback Jeff Okudah. Il running back di Wisconsin Jonathan Taylor, in una giornata insolitamente opaca. Si accavalla anche al talento sicuramente inferiore di tanti altri ragazzi, che al termine della loro carriera collegiale non giocheranno più a football. Proprio grazie alla palla ovale, però, molti hanno la possibilità che non avrebbero altrimenti: di studiare in un ateneo prestigioso. E potranno avere un lavoro di qualità.

L’alma mater. Di sicuro continueranno a seguire la loro squadra. E come loro gli altri studenti di Ohio State e di Wisconsin. Per questo il college football è il più amato degli sport americani. Unisce la passione per casco e paraspalle, numero uno per seguito tra le discipline professionistiche con largo margine sul basket, al legame con l’alma mater.

Le donazioni. L’università dal canto suo coccola i suoi ex studenti, li premia a metà gara, li ricorda. Così come chi di loro ha successo, in qualsivoglia campo della vita, si ricorda con corpose donazioni di sostenerla. E i tifosi più abbienti si garantiscono un posto negli skybox, che nel corso delle ristrutturazioni sono stati aggiunti anche al venerando Ohio Stadium, data di nascita 1922 ma ultimi ritocchi nel 2014. Iscritto tra i luoghi storici degli Usa.

Lo spettacolo del college football è anche all'intervallo: guardate cosa fa la banda di Ohio State



La banda. Uno stadio che ribolle nel corso della partita e che a metà gara vive uno spettacolo nello spettacolo: le esibizioni della banda dell’università. Uniche. Mentre suonano realizzano incredibili coreografie in movimento. Oggi contro Wisconsin si esibiscono in una rivisitazione di Sponge Bob, il cartone animato. Eccezionali.

La tradizione. Lo show. E l’emozione. Che arriva dopo la fine vinta agevolmente dai Buckeyes 38-7. Al termine tutti i giocatori si ritrovano davanti al settore dove suona la banda e accompagnati dalle note cantano Carmen Ohio, l’inno dell’università. Insieme al pubblico. Brividi, per un tifoso di Ohio State. Brividi, per un appassionato di sport. Le tradizioni nel college sono moltissime. Storiche e più recenti, ma non meno toccanti. I ragazzi di Iowa e i loro avversari, insieme a tutti i tifosi, da qualche anno, prima delle sfide casalinghe, salutano i bambini ricoverati nell’ospedale pediatrico che si affaccia sullo stadio. Un’onda di braccia che si muovono per regalare un sorriso ai piccoli degenti. Straordinaria. Come la passione per il college football.



L’organizzazione. Il fiume rosso all’uscita dall’Ohio Stadium è ordinato quanto all’entrata. Non ci sono più le maschere di Halloween a salutare, ma le file verso i bus sono precise e tranquille. Mezzi dell’università, cui non mancano i fondi. Tutti sono concentrati sulle partite delle rivali nella corsa al titolo. Ohio State ha una storia colma di trionfi (8 titoli, l’ultimo nel 2014). Tanto che in un eccesso di superbia hanno persino tentato di registrare il marchio “The”, sì proprio l’articolo determinativo, che tutti qui, nello stato per eccellenza ago della bilancia elettorale quando si tratta di scegliere i presidenti, antepongono a Ohio State se gli si chiede da che università provengano. Perché negli Usa può capitare che le squadre dei “pro” cambino città, spiazzando i tifosi, ma l’università no. Quella è una sola, immutabile. Una seconda famiglia cui ci si lega per sempre.

Il regolamento. Quella attuale per il college football è la 150esima stagione. Le partite sono 12-14 e si giocano in autunno. Tradizionalmente i giorni più attesi sono a fine dicembre e inizio gennaio (31 e 1 compresi), quando si disputano i Bowl finali. Da 6 anni sono stati introdotti i playoff per stabilire i vincitori del titolo nazionale. Ogni squadra ha un calendario che personalizza con avversari tradizionali della propria conference (che mette poi in palio un suo titolo) e altri liberi. Prima dei playoff il titolo lo definiva un bowl tra le due squadre migliori del ranking: una classifica che si basa sia sul record vittorie-sconfitte sia sul giudizio di esperti sulla qualità della squadra.

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