Vincolo sportivo: anche il mondo del basket è in ansia

«Se cadrà allora molte società rischieranno di retrocedere a un livello amatoriale. Le leggi servono a poco se non vengono poi applicate nel loro giusto spirito»

MANTOVA. L’abrogazione del vincolo sportivo contenuta nella bozza della riforma del settore continua a far discutere le società dilettantistiche. Tali realtà basano buona parte della propria operatività proprio sugli investimenti nel settore giovanile in termini di tempo, risorse economiche e staff tecnici. La prospettiva di avere atleti più liberi spaventa le società e la sostenibilità nel lungo periodo.

Così Ciro Tosetti, responsabile del settore giovanile del San Pio X: «Da una prima sommaria lettura dei contenuti trapelati della bozza si può interpretare che ci sarà libero mercato e quindi grande concorrenza. Se la società è forte con proposte di progetti e professionalità evidenti sopravvive. Le conseguenze si avrebbero sui costi legati al personale sportivo e a tutta la struttura. Inoltre, ci saranno meno entrate in virtù del venir meno del vincolo sportivo. Se la società è debole economicamente, pur con le migliori intenzioni, il rischio è di soccombere. Per questi ultimi, secondo me, si finirà per fare un'attività pseudo amatoriale». Segue a ruota la responsabile minibasket della società Maria Grazia Palmieri: «Il basket rispetto agli altri sport ha il vincolo più corto e già organizzato per premiare la formazione dei giocatori con i parametri. Nella proposta del ministro Spadafora si parla di premio di formazione per i giocatori solo se giocano per squadre professionistiche ma nel basket solo la serie A1 è professionistica. Se cade il vincolo sarà difficile fare progetti di alto livello a lungo termine».


Dello stesso avviso il presidente dell’Almac Viadana, Massimo Pizzetti: «Non ho idea degli esatti benefici che porterà l’abrogazione del vincolo sportivo. Nel breve periodo potrebbe essere una cosa positiva per l’atleta che sarebbe quindi più libero nelle sue scelte. Non so però se, col passare del tempo, le società saranno disposte a investire tempo e risorse nel settore giovanile col rischio che l’atleta possa svincolarsi più facilmente. Le società andrebbero incontro a un forte adeguamento, ad esempio per quanto riguarda le iscrizioni e i relativi costi».

Più generale il commento del presidente del Sesa Sustinente, Carlo Ramaschi: «Non voglio dare giudizi su norme che, in teoria, possono anche essere positive ma che poi, come sempre in Italia, dipendono da come sono applicate nella pratica. Ciò che posso dire è che le modalità con cui viene gestita l'autorità e l'indipendenza gestionale sugli sport dilettantistici a livello locale, e cioè con i vari comitati regionali, è sempre più specchio della gestione a livello nazionale, e cioè legata ad alleanze, prese di posizione, gestione di minuscoli poteri che servono solo a chi siede su una qualsiasi poltrona e non a chi fa veramente lo sport per passione e per passione prova a sostenerlo. Come sempre, credo che le leggi servano a poco se poi non vengono applicate nel loro spirito e gestite da autorità territoriali che badino al bene dello sport più che all’interesse personale».




 

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