Facchinelli, chiusa la carriera il cuore è rimasto in piscina

Sfiorato il sogno olimpico di Londra 2012, l’asolano è diventato massaggiatore: «E alleno i ragazzi anche se oggi hanno tante distrazioni: ma è una bella sfida»  

MANTOVA. Il nuoto era la sua vita da azzurro che dieci anni fa era diventato il miglior sprinter italiano nella specialità della farfalla. E la sua vita il nuoto è rimasto anche dopo il grande sogno infranto delle Olimpiadi di Londra 2012 solo sfiorate. Paolo Facchinelli, 34enne asolano, è rimasto a lavorare nell’ultima società con cui ha gareggiato, l’Azzurra 91 di Bologna.

«A 22/23 anni ero il migliore tra 50 e 100 farfalla - attacca l’ex primatista italiano dei 50 - ma ho dovuto pensare presto al futuro perché non sono riuscito a entrare in uno dei corpi sportivi militari che ti possono garantire la carriera di atleta e poi anche il dopo». Polizia, carabinieri, forestale, esercito. Pareva sempre fatta e invece alla fine niente.



«Volevo restare nell’ambiente - riprende Facchinelli - e mi incuriosiva il mestiere del massaggiatore, sia per il lato del benessere che dell’agonismo. Quindi ho preso il diploma e mi si è aperto un mondo: l’importanza della postura, le emozioni. Insomma, da quasi 10 anni alleno i ragazzi dell’Azzurra, seguo la preparazione della Pallanuoto President e massaggio gli agonisti ancora dell’Azzurra. Sono due realtà associate. E sono molto contento». Inoltre, Paolo lavora da massaggiatore libero professionista. Da atleta sono arrivate tante soddisfazioni ma anche tante «porte in faccia» come afferma lui stesso. Una carriera che definisce «travagliata», in uno sport di grande impegno, di grande sacrificio.

«La lezione più bella non è stata la vittoria dell’oro europeo in staffetta - spiega - ma comprendere il messaggio che soffrire aiuta a perseguire l’obiettivo. Campione o non campione, se vuoi una cosa e la persegui con costanza, la ottieni. Come nella vita. E la differenza la fa l’attenzione che ci devi mettere in ogni cosa che fai. Questa coscienza l’ho avuta solo da allenatore/massaggiatore ed è questo che cerco di trasmettere ai miei ragazzi».

Quando macinava ore e ore di allenamento, il rapporto con i tecnici era anche conflittuale. «Adesso invece li ringrazio - ammette -. A partire da Ercole Vecchi che ad Asola da ragazzino mi ha insegnato cosa vuol dire sacrificio. E poi Tomas Gyertyanffy, l’ungherese che ho avuto a Desenzano e Imola, con il quale avevo avuto vedute diverse. Infine, Fabrizio Bastelli con il quale ho lavorato negli ultimi anni a Bologna».

Ma Paolo non scorda il supporto della sua famiglia: «I miei genitori mi hanno sempre spronato». Anche se la delusione per quel secondo posto agli assoluti nel marzo 2012 a un solo centesimo da Codia se lo ricorda ancora bene: «Non aver raggiunto le Olimpiadi mi ha lasciato l’amaro in bocca per molto tempo ma fa parte dello sport». Ora è dall’altra parte, ad allenare giovani dai 12 ai 17 anni: «Lavorare con gli adolescenti d’oggi è molto difficile. Sono spesso distratti, persi. Manca il momento di riflessione, bombardati da cose ogni momento. È difficile catalizzare la loro attenzione ma è anche una bella sfida». —


 

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