Troise: «Mantova, qua la mano. Le critiche mi hanno ferito ma andrò incontro ai tifosi»

Finalmente disteso. Sorridente. E - aggiungiamo noi - insolitamente disponibile. Mai visto nel corso della stagione un Emanuele Troise così

MANTOVA. Finalmente disteso. Sorridente. E - aggiungiamo noi - insolitamente disponibile. Mai visto nel corso della stagione un Emanuele Troise così. All''immediata vigilia del ritorno nella sua Napoli («per un periodo di stacco dal calcio e dal lavoro») il tecnico dell'Acm ha chiesto alla stampa di farsi portavoce del suo proposito di ridurre le distanze con la città e i suoi sostenitori. «Ho il dovere di ricucire il rapporto con la tifoseria e con la stampa, reso così particolare da una situazione di difficoltà legata alla pandemia - esordisce Troise in videoconferenza dal Martelli -. L'intenzione è quella di compiere passi avanti in questo senso, da parte mia per primo».

A che cosa si riferisce esattamente e cosa si rimprovera?


«Ogni ambiente ha le sue esigenze, una storia, un modo di lavorare. Questo contesto locale va conosciuto. Io non ho avuto la possibilità di approfondirlo. Non vuol essere un alibi ma un calendario così compresso non ci ha dato tregua. I risultati, inoltre, hanno finito per condizionare lo stato psicologico degli addetti ai lavori e gli umori della piazza. Qualche errore si è fatto, qualche incomprensione c'è stata, lo riconosco. Ma credo che da qui si possa ripartire e ho anticipato questo confronto quale segnale di distensione per il futuro».

Le è mancato il pubblico?

«Il calcio è dei tifosi. Ho vissuto una stagione diversa, priva della sua componente emozionale. L’assenza del pubblico ha generato dei malintesi che mi sarebbe piaciuto approfondire. Le critiche sui social mi hanno ferito, avrei voluto mostrare un maggiore senso di appartenenza alla maglia. Da giocatore e da tecnico ho sempre creduto nelle potenzialità del tifo, un valore aggiunto. Un allenatore deve mettere in preventivo di essere attaccato per il gioco espresso dalla squadra. Ciò che ho sofferto è essere descritto sotto il profilo personale con un'immagine diversa da quella che ho lasciato nelle altre città dove ho lavorato».

Qualche merito ce l'avrà...

«Il calcio è la mia vita. Vi dedico anima e corpo. Cerco di curare ogni aspetto - tecnico, tattico, psicologico, comunicativo - che riguarda la squadra con uguale scrupolo e professionalità. Non ce n'è uno che prevalga sugli altri. Di questo sono orgoglioso. Al tempo stesso faccio molta autocritica. La scorsa estate avrei firmato per il decimo posto. Era più realistico doversi preoccupare di restare in C che ambire ai playoff».

Se il progetto Mantovanello non dovesse decollare in breve tempo tornerà ad allenare al Centrale Te?

«Certamente (ride, ndr). Lo devo ai pensionati perché so ciò che rappresenta per loro l'allenamento quotidiano del Mantova. Anche su questo tema ci sono stati dei malintesi. Non ho alcuna ossessione per la pretattica, sono solo le ultime due sedute quelle in cui c'è qualcosa da nascondere. I tifosi siano sereni, non ci nasconderemo».

Quando ha capito che sareste andati ai playoff?

«Quando abbiamo perso a Perugia. Nonostante il 2-4 avevamo giocato un gran primo tempo reagendo alla scoppola casalinga col Padova».

Due giocatori super di questa stagione?

«Non mi piace fare nomi. Ma le prestazioni di Guccione e Cheddira sono sotto gli occhi di tutti». 
 

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