Il mantovano Cortesi in Africa: «Lavorerò per le nazionali del Kenya»

Il tecnico mantovano: «Sono arrivato come dt del club Green Commandos.Vivere fra ragazzi pieni di talento e in estrema povertà mi ha toccato il cuore»

MANTOVA. Se qualche anno fa, a Mantova, il tragitto da compiere con le immancabili infradito ai piedi era quello fra il Laterale Te e il Cugola, attualmente Stefano Cortesi - per gli amici il Comandante - fa la spola fra Nairobi e Kakamega, in Kenya, sempre alla ricerca di giovani talenti che sappiano dare del tu al pallone.

«Dopo l’esperienza in Cina, dove ho lavorato per il Suning - racconta - ora, grazie anche alla pazienza e al supporto della mia famiglia (in primis mia moglie Nene) da due mesi sono in Kenya. Ad aprile avevo conosciuto il presidente del club di prima divisione Green Commandos, che mi ha voluto come direttore tecnico e responsabile scouting. E nell’accordo c’è un altro passaggio: dal primo dicembre comincerò infatti a lavorare anche per la Federazione del Kenya, facendo scouting per le squadre nazionali».

In Africa Cortesi ha trovato una realtà ovviamente molto diversa rispetto a quella italiana: «Dal punto di vista calcistico lavorare qui dà soddisfazione perché trovi elementi coni grandi doti fisiche ma anche ottime capacità tecniche. Inoltre c’è molta considerazione per gli uomini di calcio europei, per cui nel mio lavoro sono decisamente agevolato e mi viene garantito tutto ciò di cui ho bisogno. Per quanto riguarda il movimento in generale, se ci fossero un po’ più risorse e un po’ più allenatori europei, in grado di far fare ai ragazzi un salto di qualità sul piano tattico, credo che il calcio africano dominerebbe senz’altro la scena mondiale».

D’altro canto, però, le condizioni sociali rappresentano un bel problema: «Io vivo il Kenya vero, non le località turistiche come Malindi o Mombasa e a volte mi capita per giorni e giorni di non vedere altre persone occidentali, soprattutto a Kakamega. Qui trovi quartieri residenziali fantastici nelle grandi città ma anche enorme povertà che attanaglia la maggior parte della popolazione».

E il calcio, di conseguenza, per la stragrande maggioranza della gente diventa l’ultima delle preoccupazioni... «La metà dei ragazzini che gioca a calcio non ha nemmeno le scarpe per farlo. E moltissimi di loro non hanno neppure la possibilità di entrare in un vero club, perché abitano in villaggi dove non esiste un sistema di trasporti regolari per raggiungere la città. Io ho girato molto per lavoro anche altri Paesi africani - aggiunge il tecnico mantovano - e vi assicuro che a certe cose che si vedono non si potrà mai fare l’abitudine. La cosa più toccante è che sul volto di questa gente, soprattutto dei bambini, vedi sempre stampato un sorriso fantastico. Nonostante tutto hanno una gioia di vivere che contagia, ti fanno riscoprire un entusiasmo genuino che forse nel nostro mondo si è un po’ perso».

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