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Oggi la Seleçao gioca contro la Serbia

Brasile, caccia al trionfo che manca da vent’anni Neymar guida la squadra

Antonio Barillà
2 minuti di lettura

il reportage

Antonio Barillà

INVIATO A DOHA

Sul prato del Grand Hamad Complex, il disincanto non graffia la concentrazione. È l’anima nuova del Brasile di Tite, dna sfacciato e solidità europea, l’impasto creato per inseguire una Coppa che il Paese aspetta da troppo tempo. Vent’anni, il sorriso di Yokohama, poi solo illusioni e promesse in frantumi.

Quando il Brasile vinse l’ultimo Mondiale, Neymar era il bambino che porta tatuato sul polpaccio: un pallone sotto il braccio, un cappellino della Seleçao e le spalle nude, lo sguardo che attraversa una baraccopoli e si posa su un campo di calcio. Incantava con lo street football e sognava di diventare Rivaldo o Evair. Oppure Marcos, che giocava in porta ma era la bandiera del Palmeiras, la sua squadra del cuore.

È andato oltre, è a due soli gol da Pelé al quale già in Qatar può sfilare il record di goleador verdeoro di sempre. Non osa accostarsi, nonostante lo stesso O Rey abbia ammesso più volte di specchiarsi in lui, e il Mondiale in cui debutta oggi contro la Serbia traccia una differenza feroce: la leggenda del Santos, culla anche di Neymar, ha vinto tre edizioni, lui ha solo assistito a trionfi europei, tradito dal destino – nella finale di casa al Mineirazo, nel 2014, non c’era per un grave infortunio e chissà se la Germania avrebbe vinto comunque – oppure dalla sua incompiutezza, dal suo masochista oscillare tra colpi di genio e capricci: nel 2018, in Russia, doveva essere protagonista, lo diventò per le simulazioni e si ritrovò simbolo di un’eliminazione bruciante, ai quarti con il Belgio.

Oggi è un altro Neymar, ha trent’anni e una maturità nuova, è pronto a prendere in mano la nazionale e pilotarla verso il sogno. Con la motivazione aggiunta dell’età, che potrebbe imporgli l’ultima chance: una confidenza recente aveva fatto pensare a una scelta, in realtà ha specificato d’essere stato frainteso, di voler solo giocare a Doha come se non avesse poi altre occasioni, perché il futuro non sai mai cosa riserva e di speranze rinviate è già esperto. Tite, in panchina già in Russia – sostituì Dunga nel 2016 – ha ricostruito senza stravolgere, portando avanti il processo di “europeizzazione” di un calcio spettacolare ma spesso fumoso, puntando su una difesa forgiata in Italia: Danilo, Alex Sandro e la novità Bremer sono il presente, ma tutti i convocati, tranne Militao, sono passati dalla Serie A. «L’equilibrio è importante» dice l’allenatore, che è tentato di coprirsi di più innestando Fred, prima di confidare il suo stato d’animo: «Sono più leggero, più in pace di quattro anni fa, ma sento la pressione del Paese che ha la cultura del calcio. Sognare è bello, faremo del nostro meglio».

Neymar, in questo Brasile più attento, è l’altra metà del cielo, l’uomo immagine di una scuola che diverte da sempre, fatta di fantasie e funambolismi, colpi di tacco e palleggi da giocoliere. Quelli che già quando giocava in strada a Mogi das Cruzes le persone si fermavano ad ammirare e che spinsero il Santos a strapparlo, appena undicenne, alla Portoguesa Santista. Il Mondiale era un sogno, proprio come oggi: la differenza è che oggi dipende da lui – anche da lui, soprattutto da lui – e che non lo accarezza, come nel tatuaggio, guardando oltre una baraccopoli: lo culla, in una vigilia speciale, guardando oltre lo skyline di Doha. —

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