Smart Movies, ecco come saranno i film del futuro

Smart Movies, ecco come saranno i film del futuro
Basta scaricare l'app Google Spotlight Stories per guardarli. Sono i primi veri esempi di cinema a 360 gradi dove è lo spettatore, attraverso lo smartphone, a decidere cosa guardare. Il progetto è guidato da Jan Pinkava, ex Pixar e "padre" di Ratatouille e premio Oscar per Il gioco di Geri. E con lui c'è Peter Lord della Aardman, la stessa di Wallace & Gromit e Glen Keane che per 37 anni ha lavorato alla Disney. Abbiamo parlato con loro e questo è quel che ci hanno raccontato
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IL CINEMA del futuro? Non ha più inquadratura. O meglio: ne ha tante, quelle che preferite. È un mondo che prende vita attorno allo spettatore, grazie ad un sistema di ripresa a 360 gradi. Si può muovere lo sguardo usando come finestra lo schermo dello smartphone: punti il telefono sul protagonista, poi lo muovi per osservare un passante o ancora per guardare una macchina che sta transitando in quel momento. Ogni angolazione è possibile orientando il telefono in alto, in basso, a destra e a sinistra. E per ciascun punto di vista scelto, c’è un diverso fuoricampo. Lo potete chiamare cinema 2.0, cinema interattivo, smart cinema. Di fatto stravolge la grammatica di un’arte nata centovent’anni fa e che ora regala allo spettatore quel che fino a ieri era una prerogativa del regista e del suo operatore. L’ennesima disintermediazione.
 
Il progetto, della divisone Advanced Technology and Projects (Atap) di Google, ha un sapore singolare. Perché le potenzialità sono così tante che il vero fuoricampo diventa la propria immaginazione. Dopo aver visto il primo cortometraggio, si comincia a fantasticare di film dalle storie multiple che si intrecciano in un solo luogo, un film che si può riguardare più e più volte. C’è sempre un’altra figura da seguire o un dettaglio che prima era sfuggito. Per certi versi somiglia alla realtà virtuale, le tecniche usate sono in parte le stesse, solo che in questo caso non serve un visore da cinquecento euro. Ma anche dalle parti di Oculus, acquistata per oltre due miliardi di dollari da Mark Zuckerberg e compagni, hanno voluto tentare una strada simile evitando di puntare tutto sui soli videogame. Al loro Story Studio hanno chiamato Rob Stromberg, il regista di Maleficent e scenografo di Avatar, a dirigere uno dei cortometraggi che la compagnia sta realizzando presentando al Sundance Film Festival il primo corto intitolato Lost e diretto Saschka Unseld, ex Pixar.
 
Ma l’idea è precedente ed è di un signore nato a Praga nel 1963, Jan Pinkava, “padre” di Ratatouille della Pixar e premio Oscar per Il gioco di Geri. Dirige lui la strana orchestra ad Atap intitolata Spotlight Stories, app gratuita all’interno della quale vengono pubblicati i vari cortometraggi. A Google lo ha voluto Regina Dugan, che prima di sovrintendere ai progetti di Atap è stata l’unica donna ad aver guidato la Darpa, agenzia del Dipartimento della Difesa statunitense nota per aver posto il primo mattone per la costruzione della rete. "Al tempo, era il 2012, Google aveva appena acquisito Motorola" , ricorda Pinkava. E’ collegato da una sala riunioni a Montain View. Entrando ha salutato in italiano, con quell’energia solare endemica in certe aree della Silicon Valley. "Vennero da me e, porgendomi uno smartphone, mi dissero: vorremmo che creassi qualcosa di emozionate per quest’apparecchio. Mi chiedevo quale forma potesse avere la narrazione su un dispositivo del genere. Tutti ne abbiamo uno, è pieno di sensori di movimento, strumenti, tecnologia avanzata che spesso non viene sfruttata. E allora pensai: perché non fare un film dove la camera da presa la diamo agli spettori? Sembra un controsenso: se il punto di vista si può muovere, come fai a raccontare una storia? Potrebbe capitare che invece di seguire il protagonista, qualcuno si fissi su un passante o su una persona che si affaccia alla finestra. Eppure, proprio per questo, si aprono possibilità incredibili".
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Forse è un modo di fare cinema che non sarebbe piaciuto a Yasujir? Ozu né a Michelangelo Antonioni. E chissà cosa sarebbero diventati, in mano allo spettatore, i campi lunghi di John Ford, i primissimi piani e i dettagli di John Huston e di Sergio Leone. Dove si sarebbe appuntata l’attenzione nel piano sequenza che apriva L’infernale Quinlan di Orson Welles o quello senza fine di Birdman di Alejandro González Iñárritu. Per non parlare di certe scene iconiche di Alfred Hitchcock. "Strano a dirsi, ma è proprio da Hitchcock che siamo partiti", ci spiega Peter Lord con il suo accento inglese. Collegato dal suo ufficio di Londra, anche lui è entrato in campo salutando in Italiano. E’ il cofondatore della Aardman, la stessa di Galline in fuga e Shaun the Sheep e Oscar per Wallace & Gromit - La maledizione del coniglio mannaro. Ha una voce gentile ed esitante che sembra spegnersi su certe parole ma che poi d’improvviso si accende e diventa velocissima fra ironia e suggestioni. Sta realizzando Special Delivery che uscirà a fine 2015. "È nato pensando a quel che lo spettatore avrebbe guardato se si fosse trovato nei panni di James Stewart ne La finestra sul cortile. Ci sono due protagonisti, due vicende, ma in teoria potrebbero essere cinque o dieci. Tutto si svolge nel cortile di un palazzo, palcoscenico di piccoli cammei comici che fanno da corollario alle due storie principali. All’inizio credo che lo spettatore nemmeno si accorgerà subito che il mosaico che ha davanti è in realtà parte di un’unica narrazione. Il paragone con il teatro funziona abbastanza bene, girando film a 360 gradi il regista ha idea di quel che vuole trasmettere ma non controlla lo sguardo dello spettatore né la sua esperienza che finirà per essere personale. Non sappiamo nemmeno se Special Delivery sarà una sinfonia confusionaria o meno. È una sfida, è un terreno completamente nuovo, ed è accidentato. Ma in fondo si può dire la stessa cosa della vita".
 
Altrove, sempre con telecamere a 360 gradi, hanno realizzato documentari come Hong Kong Unrest sulle proteste nell’ex colonia inglese o The Nepal Quake Project sul terremoto a Katmandu e con la voce fuoricampo di Susan Sarandon. E la stessa Google ha un altro programma, Jump, che lavora alla realizzazione di telecamere a 360 gradi usando le Gopro. E che ha portato alla GoPro Odyssey che usa 16 Hero 4. I video sopra citati si trovano su YouTube e basta cliccare con il mouse per far girare la visuale in qualsiasi direzione. Presto accadrà anche per i cortometraggi di Spotlight Stories, che dai quattro attuali diventeranno otto entro fine anno sbarcando poi sul web. Nel frattempo al gruppo di Pinkava si sono aggiunte leggende dell’animazione come Glen Keane, per trentasette anni alla Disney, e talenti del calibro di Patrick Osborne, Oscar nel 2015 per Feast. L’ultimo film pubblicato dentro l’app, Help, è stato invece girato da Justin Lin, regista di alcuni capitoli di The Fast and the Furious. Fra i quattro è l’unico non d’animazione, ma tecnicamente è di gran lunga il più evoluto. Compresa la colonna sonora che cambia secondo le scelte fatte dallo spettatore.
 
“Già, il suono”, prosegue Pinkava. “Quello è un altro aspetto interessante. La colonna sonora deve essere elastica, nel vero senso della parola. Se stai guardando una scena concitata ma poi ti volti deve cambiare in maniera credibile. Il lavoro fatto in Help da Peter Brown in questo frangente è stato complesso. Il suono non solo è a 360 gradi, secondo dove stai puntando il telefono ma si aggiunge alla colonna sonora che è interattiva. Ci sono tutta una serie di dilemmi nuovi e di sfide. Ad esempio, se non si sta guardando il protagonista, gli eventi principali devono attendere di esser guardati per proseguire o devono attrarre l’attenzione dello spettatore? Stiamo ad esempio cercando di capire come le persone stanno usando Spotlight. Cosa guardano, come, quando. Windy Day (il primo corto fatto ad Atap e realizzato dallo stesso Pinkava, ndr.) può durare tre minuti o sei a secondo se si segue il protagonista sempre o meno. Tutto questo è nuovo. Ma la cosa importante per me è come la narrazione possa prendere forma nelle mani degli spettatori. Perché è la narrazione che resta al centro.”
 
Viene subito in mente cosa si potrebbe fare in un film horror dove i suoni fuori campo sono così importanti. O dove voltarsi da una parte all’altra può significare tutto. E vengono in mente i videogame, che da molti anni mettono in scena mondi a 360 gradi dove è il giocatore che muove la visuale. Ma su questa similitudine Peter Lord è, stranamente, meno d’accordo. “Si passa da essere spettatori a testimoni, ma non giocatori per quanto i videogame abbiamo dei punti di contatto con i film del genere. Ma qui la narrazione svolge un ruolo maggiore e l’interazione invece un ruolo diverso rispetto a quella delle console”. 
 
“Dal punto di vista produttivo tutto questo significa uno sforzo enorme anche se all’inizio volevamo convincerci del contrario”, spiega ridendo Karen Dufilho, produttrice con una lunga esperienza alle spalle chiamata alla Atap sempre da Pinkava. “Si, abbiamo anche un horror in preparazione. Ci sono quattro cortometraggi che verranno completati entro la fine dell’anno. E una serie di altri progetti di ricerca sui quali stiamo lavorando. Ma il prossimo passaggio sarà l’uscita su YouTube. E YouTube cambierà tutto. Ovviamente stiamo progettando cose che vanno ben oltre quel che abbiamo fatto vedere fino ad oggi. Ma sempre tenendo la narrazione al centro. La realtà è che siamo ancora all’inizio, il modello di business, il sistema di distribuzione, i possibili sviluppi sono ancora tutti da definire. Di idee ne abbiamo tante, ma per ora sperimentiamo. E, per inciso, potrebbe anche non funzionare”.
 
Sharon Calahan, altra mente della Pixar e Oscar per le scenografie di Ratatouille durante un’edizione del festival torinese View dove quest’anno verranno mostrati i nuovi cortometraggi di Spotlight Stories, disse che l’unica vera libertà nel suo mondo non è tanto avere tempo a disposizione ma poter sbagliare. Solo in quel caso riesci davvero a fare sperimentazione. Ed è proprio quello che stanno facendo Pinkava, Lord, Dufilho e i loro colleghi.
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