Monete digitali

Israele colpisce il terrorismo nelle criptovalute

Israele ha bloccato 70 conti di criptovalute con cui Hamas avrebbe cercato di finanziarsi, mentre cresce l’interesse di Cina, Russia e Corea del Nord
2 minuti di lettura

La scorsa settimana, Israele ha preso di mira il flusso di denaro digitale di Hamas sequestrando decine di wallet associati al gruppo islamista della Striscia di Gaza.

Un’attività di intelligence applicata al mondo digitale che dimostra due novità, valide anche per lo scenario europeo e italiano: il ruolo che le criptovalute stanno assumendo per le questioni politiche e geo-politiche e “l’importanza di avere comparti anche in Italia di intelligence iper specializzati e con funzioni ad hoc, come quelli israeliani”, come ci ha spiegato Michele Colajanni, professore all’Unimore e tra i più noti esperti di questioni cyber.

Il sequestro dei conti di Hamas
Hamas, inserito sulla lista nera come gruppo terroristico dagli Stati Uniti e dall'Unione europea, ha usato a lungo le valute digitali per aggirare le sanzioni occidentali. Il gruppo usa le criptovalute, storicamente difficili da tracciare, per raccogliere fondi e trasferirli attraverso i confini utilizzando un sistema di portafogli digitali.

Mercoledì scorso, l’ufficio del ministero della Difesa di Israele per il Contro-finanziamento al terrorismo ha annunciato di avere sequestrato alcuni portafogli digitali legati ad Hamas alla fine di giugno, in quella che è la prima e più aggressiva azione contro gli sforzi del gruppo terroristico in criptovaluta. La mossa è arrivata dopo che il ministro Gantz ha firmato un ordine amministrativo che autorizza i sequestri il 30 giugno.

Varie fonti hanno riportato che sono circa 70 i portafogli sequestrati, “attività possibile con un raffinato sistema di intelligence e tracciamento dei conti”, ha chiarito Paolo Dal Checco, esperto informatico forense.

Hamas, che ha subìto perdite significative durante gli 11 giorni di combattimenti con Israele a maggio, sta ora tentando di riorganizzarsi raccogliendo fondi attraverso valute virtuali, come i bitcoin: “Tenta di bypassare il sistema bancario convenzionale”, ha riferito il canale televisivo israeliano Keshet 12.

A giugno il Wall Street Journal ha scritto che “c'è stato sicuramente un picco” nelle donazioni di criptovalute all'organizzazione, citando un funzionario del gruppo: “Parte del denaro viene utilizzato per scopi militari per difendere i diritti fondamentali dei palestinesi”.

I conti non erano solo in bitcoin, la valuta digitale più comune e conosciuta, ma anche in ethereum e persino dogecoin, una valuta diventata popolare dopo che Elon Musk gli ha dedicato la sua attenzione.

Il ruolo geopolitico delle criptovalute
Già in passato le criptovalute hanno rivestito un ruolo nel rapporto tra gli Stati, ma certo il fenomeno sta accelerando. Nel 2016 un gruppo terroristico della Striscia di Gaza ha chiesto donazioni in bitcoin via Twitter e Telegram: la campagna si chiamava Jahezona e all’inizio ha raccolto solo 500 euro; molto meglio nel 2018, quando ha ricevuto 15 donazioni, due delle quali del valore di 289.273 dollari e 123.021 dollari.

Secondo un’analisi di Chainanalysis, sarebbe già da 7 anni che gruppi terroristici, in particolare quelli siriani, si finanziano con criptovalute. E anche se questa non è la loro principale fonte di finanziamento, sta crescendo in importanza.

Secondo l’Fbi, la Corea del Nord si sarebbe servita di un gruppo hacker autoctono, chiamato Lazarus, per finanziarsi tramite attacchi ransomware (con il celebre virus Wannacry) nel 2017, raccogliendo 2 miliardi di dollari in criptovalute. Il governo ha sempre smentito queste accuse, mentre gli Usa accusano la Corea di usare i bitcoin per riciclare denaro sporco e anche aggirare le sanzioni internazionali.

Da tempo, anche attraverso il presidente Biden, gli Stati Uniti accusano la Russia di dare porto franco ai criminali dei ransomware. E nella nuova strategia di cybersecurity avviata dalla Casa Bianca stanno cercando di rendere più tracciabili i pagamenti in criptovaluta, per contrastare i cybercriminali. Un primo, importante risultato è stato ottenuto recuperando parte dei soldi pagati per il caso Colonial Pipeline.

Infine, le criptovalute stanno assurgendo a fattore geopolitico anche alla luce della spinta della Cina per una propria valuta digitale governativa (ostacolando invece a più riprese le criptovalute decentralizzate come i bitcoin), mentre interesse simile si registra da parte dell’Europa (per un euro digitale) e dagli Stati Uniti.  

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