L’iniziativa

Da MeToo ad AppleToo, i lavoratori di Cupertino contro la cultura della segretezza

Un gruppo di dipendenti ha pubblicato un manifesto per sottolineare presunte discriminazioni: disparità salariali e poca diversità al centro delle polemiche. La replica dell'azienda: "A livello globale i dipendenti di tutti i sessi guadagnano lo stesso quando svolgono lavori simili con esperienza e prestazioni comparabili"
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Le discriminazioni possono prendere tante forme diverse e, nonostante la Apple di Tim Cook abbia fatto una bandiera della lotta contro la cultura dell'omogeneità, secondo alcuni dipendenti di Cupertino le cose non vanno ancora bene. Per questo è nato il sito AppleToo, il cui motto è “Adesso è arrivato il momento di pensare davvero in modo diverso”.

Quella che è definita come una "fortezza opaca e intimidatoria" è la cultura della segretezza, il modo in cui l'azienda protegge i suoi segreti industriali, stupisce i clienti con nuovi prodotti inattesi e inimmaginati. Che però è anche -secondo i firmatari di AppleToo - la segretezza che permea le relazioni all'interno degli organigrammi lavorativi. Non ci sono sindacati, non ci sono organizzazioni paragonabili a quelle cui siamo abituati in Europa e il risultato, secondo le voci che vengono dall'interno dell'azienda, è che “non tutti hanno lo stesso trattamento e gli stessi diritti”. Questo si tradurrebbe in “pratiche di razzismo, sessismo, ingiustizia, discriminazione, repressione, coercizione, abuso, punizioni e privilegi ingiusti”. Non solo nelle aziende satellite, ma anche dentro la stessa Apple.

Sono accuse gravi, che nascono in modo non completamente trasparente e che la stessa stampa americana si chiede che impatto avranno effettivamente: c'è dietro la scontentezza di qualche dipendente, oppure Apple non è più in grado di “Think Different” (come diceva un suo celebre slogan), cioè di pensare in modo diverso dal resto delle aziende dell'America delle grandi corporazioni, dei colossi ciechi che tengono i dipendenti legati alla scrivania e negano loro molti diritti, sino ad arrivare al licenziamento via WhatsApp?

Secondo una serie di analisi informali fatte da un gruppo di dipendenti di Apple, di cui ha dato notizia anche The Verge, emergerebbero varie problematiche per chi lavora dentro Apple negli Usa, in realtà comuni a tutte le aziende hi-tech della Silicon Valley. 

L'azienda, che nel 2020 aveva circa 147mila dipendenti (e il sondaggio interno è stato fatto con meno di 2mila persone), manterrebbe un divario di più del 6% nel salario degli uomini e delle donne per posizioni analoghe, e avrebbe molte meno persone non bianche, molte meno persone non binarie e molte meno donne nelle posizioni più alte dell'azienda. Anche se resta l’unica nella Silicon Valley ad avere un amministratore delegato e altri dirigenti apertamente gay.

Il succo della questione starebbe nel fatto che Apple non ha ancora mantenuto le promesse fatte da Tim Cook: “Sappiamo che l'equità salariale era un problema in passato e Apple ha fatto qualcosa per risolverlo, ma ne stiamo ancora parlando perché in alcune aree dell'azienda ci sono ancora ritardi e vogliamo sapere cosa farà Apple per rimediare nei prossimi anni”, ha scritto Cher Scarlett, una dipendente dell'azienda, su Twitter.

Negli Stati Uniti, Apple ha risposto all'accusa mossa dai dipendenti (i quali hanno riferito anche che i manager hanno sconsigliato di partecipare al sondaggio interno) con un comunicato che riprende le politiche di indirizzo standard dell'azienda: “Apple ha un impegno costante e di lunga data per stipendi equi. A livello globale, i dipendenti di tutti i sessi guadagnano lo stesso quando svolgono lavori simili con esperienza e prestazioni comparabili. Negli Stati Uniti, lo stesso vale per i dipendenti di tutte le razze ed etnie”. 

In tutta la Silicon Valley è in corso da prima del lockdown un movimento di protesta sotterraneo per la palese mancanza di diversità e i trattamenti diseguali in quasi tutte le aziende hi-tech. La maggior parte dei dirigenti sono maschi bianchi e i livelli salariali sono asimmetrici, mentre vengono favoriti percorsi di carriera per chi proviene da determinate aree. Inoltre, molte grandi aziende stanno reagendo in maniera brusca alle richieste di maggiore attenzione in questi settori: Google, per esempio, ha licenziato la fondatrice e co-responsabile dell'unità di Etica per le Intelligenze artificiali, Margaret Mitchell, dopo avere stappato il contratto di Timnit Gebru, altra figura chiave nella ricerca tra etica e IA.