Almanacco dell'Innovazione - 21 settembre 2010

A New York chiude la folle campagna per dare a Internet il Nobel per la Pace

Nicholas Negroponte  
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Il 21 settembre 2010, a New York, in una sala del Paley Center for Media, che è una sorta di museo della televisione, chiudeva la campagna per candidare Internet al Premio Nobel per la Pace. E se lo dico con questa certezza è perché c’ero io sul palco quella mattina. Io con Shirin Ebadi, Yoani Sanchez, Nicholas Negroponte e un centinaio di curiosi in sala.

A rivederla oggi, quella impresa, dobbiamo sembrare matti. E per la verità per qualcuno non c’è stato neanche bisogno di aspettare tutto questo tempo per condannarci come tecno-utopisti. Ingenui, convinti che la tecnologia, anzi che la Rete, potesse contribuire a creare una umanità migliore. Eppure fu una campagna a suo modo formidabile. Era partita da Milano il 21 novembre 2009: da 6 mesi ero direttore di Wired e quando avevo chiamato l’amico Paolo Iabichino dicendogli che pensavo di lanciare una campagna globale per celebrare il senso vero della Rete, “la prima arma di costruzione di massa”, lui, invece di mandarmi a stendere o distrarmi con qualcos’altro, mi regalò l’impianto della campagna: I4P, Internet For Peace. Scrisse un manifesto da par suo e il 21 novembre, al Piccolo di Milano, lo leggemmo a 3 voci, io e i direttori di Wired degli Stati Uniti e del Regno Unito, che erano un po’ perplessi, lo ammetto, ma non si negarono.

Nessuno si negò: il premio Nobel per la Pace, Shirin Ebadi, che accettò di diventare il volto della campagna in una spettacolare copertina di Wired firmata da David Moretti; il guru della Rete, Nicholas Negroponte, che venne a Roma a perorare la causa; e il presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, che lesse solennemente alcuni passaggi del manifesto dopo averlo firmato assieme a un centinaio di parlamentari. Alla fine di gennaio del 2010 presentai personalmente la candidatura a Oslo e li scoprii che non ero il primo ad avere candidato Internet, lo aveva fatto un esponente del comitato un paio di anni prima e non si era saputo. Non ero totalmente matto, o almeno non ero il solo.

Ovviamente non stavamo davvero candidando una serie di cavi e antenne, ma una rete infinita di persone (l’umanità) guidate da coloro che la Rete avevano contribuito a costruirla: VInt Cerf, Bob Kahn, Tim Berners Lee sono i 3 nomi che indicai nella candidatura. A quel punto entrò in campo anche Google che ci offrì un canale YouTube dedicato con promozione mondiale: questo innescò una conversazione globale. In redazione ricevevo ogni giorno clip in cui qualcuno spiegava perché, a suo dire, Internet meritava il Nobel per la Pace. Ricordo in particolare una clip dove un padre e un figlio parlavano del senso della Rete in un villaggio sulle Ande in Perù. Era indubbiamente eccitante. Ma mentre a New York il 21 settembre celebravamo il lato positivo della Rete, sottovalutavamo totalmente il fatto che lo scopo ultimo delle aziende che controllavano il Web era il profitto e che per guadagnare di più avrebbero dovuto piegare i loro algoritmi in modo da premiare i nostri comportamenti peggiori. 

Qualche giorno dopo, il 7 ottobre, il comitato per il Nobel lo assegnò a un attivista cinese in carcere, Liu Xiao Bo, che in un suo scritto aveva definito Internet “un dono di Dio” (alla Cina). 

Abbiamo sbagliato strada, è evidente. Ma il fatto che un mondo migliore non fosse l’approdo naturale della diffusione del Web non vuol dire che dobbiamo smettere provarci e trovare la strada giusta.