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Apple e i pirati: Cupertino ha perso il suo spirito innovatore?

Apple e i pirati: Cupertino ha perso il suo spirito innovatore?
L'azienda guidata da Tim Cook non ha più la verve di Steve Jobs secondo il suo ex mentore, Jay Elliot. Piuttosto, meglio Satya Nadella, l'erede di Bill Gates
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Una macchina per fare soldi. Prodotti bellissimi ma senz'anima. Manca lo spirito giusto, l'ingrediente segreto che metteva qualcosa in più in ogni cosa, che nessun altro aveva. Jay Elliot, dipendente della prima ora di Apple e mentore di Steve Jobs, ci va giù duro: l'azienda guidata da Tim Cook non è più "selvaggia e anarchica. Lo sembra ma in realtà è come le oche selvatiche, che in realtà volano in formazione. Invece, le aquile no».  La Apple di Steve Jobs era un'aquila che dominava il mercato, anche se i livelli di fatturato alla morte del fondatore, nell'ottobre del 2011, erano solo una frazione degli attuali prodotti dall'azienda guidata da Tim Cook. 

E i prodotti che l'azienda si prepara a lanciare, dagli occhiali per la realtà aumentata all'auto elettrica, sarebbero stati uccisi nella culla da Steve Jobs. «Era un artista, non un uomo di business: un Leonardo da Vinci con la tecnologia del XXI secolo. Visualizzava il futuro delle persone e lo modellava con oggetti innovativi ma utili, oltre che belli».

Elliot ha quasi ottant'anni, una vita passata in grandi aziende e poi negli ultimi due decenni alla guida di startup e aziende innovatrici "ma piccole, dove c'è ancora uno spirito di un certo tipo". Non ha problemi di soldi, non deve lasciare nessuna eredità, non deve difendere nessuna posizione: quando parla lascia dice semplicemente quel che pensa. Sta preparando una docuserie sulla Apple, ha scritto vari libri che raccontano anche il suo rapporto con Steve Jobs. Il più famoso da noi,"Steve Jobs, l'uomo che ha inventato il futuro" è appena uscito in edizione economica dopo aver battuto tutti i record di vendita. Più di lui, solo la biografia ufficiale scritta da Walter Isaacson. "Un brutto libro – lo liquida Elliot, senza peli sulla lingua – messo insieme in fretta e furia per capitalizzare sulla morte di un genio". Il film di Aaron Sorkin? "Peggio che andar di notte", e sorride.

Il rapporto di Elliot con Jobs risale all'inizio degli anni Ottanta. Jobs era poco più che un venticinquenne milionario, aveva creato Apple e stava dando gli ultimi ritocchi al Macintosh, il computer che veniva sviluppato in una palazzina isolata dal campus principale e sul cui tetto sventolava una Jolly Rogers, la bandiera dei pirati. Jobs, esiliato all'interno della sua stessa azienda (all'epoca guidata da John Sculley, uomo d'ordine ed ex vicepresidente della Pepsi Cola) e poi licenziato, era già finito sulle prime pagine dei magazine di mezzo mondo, aveva comprato un appartamento a New York nel palazzo dove abitava John Lennon, usciva con Joan Baez. Elliot, più anziano di una quindicina d'anni, era un dirigente di successo di Ibm. Un giorno Jobs lo incontra per caso in un ristorante e lo approccia: "Ho bisogno di te. Voglio che vieni a lavorare per me", gli dice. Elliot ricorda l'episodio sorridendo: "Era un ragazzino ma aveva la faccia seria, determinata. Gli dico di no. Mi chiede cosa mi serve per farmi cambiare idea. Gli rispondo: una Porsche. Una settimana dopo mi suonano alla porta di casa. Apro: è un signore in giacca e cravatta che mi consegna le chiavi di una Porsche nuova fiammante parcheggiata in fondo al mio vialetto. Il lunedì successivo firmo il contratto".

La relazione tra i due uomini è quella tra un giovane leader e il suo mentore e consigliere: Elliot si occupava di gestire il personale, ma aveva anche un effetto calmante su Jobs, che era intemperante e scalpitava: «Le sfuriate di Jobs erano leggendarie – dice Elliot – ma quando c'ero io si calmava istantaneamente. Dopo un po' se ne accorsero anche gli altri e cominciarono a chiamarmi a tutte le riunioni con Jobs: era l'unico modo per sopravvivere alle sue rabbie».

La traiettoria di Elliot è particolare: cresciuto in una fattoria nel nord della California, quando ancora non si parlava di Silicon Valley e di computer, ha visto nascere l'informatica come business e trasformarsi da attività industriale per colossi come Ibm a innovazione personale creata da hippie e figli dei fiori che erano andati in pellegrinaggio in India e avevano provato le droghe psichedeliche. «Quella Apple era un'azienda vera, ma era anche un'azienda diversa, che non c'entra niente con la Apple di oggi: Tim Cook è una persona amabile ma è un ingegnere il cui lavoro è costruire una gigantesca macchina finanziaria per fare i soldi. E ci sta riuscendo. Però non fa i prodotti che avrebbe voluto Steve Jobs: a quel punto meglio il numero uno di Microsoft, Satya Nadella. Bill Gates l'ha scelto molto bene e lui sta infondendo un'anima a quell'azienda. O Tesla e il suo numero uno, Elon Musk».

Il creatore del Mac, dell'iPod, dell'iPhone e dell'iPad, invece, secondo Elliot oggi, in quest'epoca di Covid e pandemie, si sarebbe focalizzato sui temi della salute: «Gli apparecchi che misurano la salute delle persone e le aiutano a stare bene sono qualcosa che Jobs avrebbe voluto fare. Possono cambiare la vita delle persone, soprattutto adesso. Inoltre, Jobs si sarebbe opposto a Facebook, perché il suo business è diventato immorale, così come quello di Google: prendere i dati della gente e usarli per fare soldi».

Invece, il mondo di oggi, fatto di fake news e circuiti viziosi di informazione sui social, sarebbe stato tanto alieno per Jobs quanto lo è per Elliot. Che conclude: «La Apple di Jobs era "vera": la passione per la musica, dopo quella dell'informatica, era genuina e per questo ha trasformato il mondo. Fare un'automobile, invece, non ha senso: è un'estensione di quello che già esiste. Jobs avrebbe creato qualcosa di nuovo e di rilevante, nel settore della salute appunto, che deve diventare più efficiente e conveniente per tutti». Magari con uno strumento per difenderci dai virus come "One More Thing", alla fine di uno dei suoi keynote. «Perché no», dice Elliot.

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