Almanacco dell'innovazione - 11 gennaio 1935

Amelia Earhart vola da sola dalle Hawaii alla California

Amelia Earhart vola da sola dalle Hawaii alla California
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L’11 gennaio 1935 per la prima volta una persona ha trasvolato in solitudine il Pacifico dalle Hawaii alla California. Era una donna, una grandissima donna: Amelia Earhart. Di lei abbiamo già parlato perché tre anni prima di questa impresa aveva attraversato da sola l’Atlantico. Ma la distanza dalle Hawaii alla California è molto maggiore di quella che separa Terranova dall’Irlanda. E su quella rotta molti aviatori avevano perso la vita tentando la trasvolata. Che Amelia compì in diciotto ore. Come andarono le cose lo scrisse lei stessa in un bellissimo reportage per il National Geographic che terminava con una profezia che ai tempi pareva incredibile: erano ormai prossimi i giorni in cui i voli transoceanici sarebbero diventati una cosa normale. 

To me it seems that regular air transport across both oceans is inevitable, and will probably come about sooner than most people suspect”

Come spesso accade il viaggio era iniziato al contrario: il 22 dicembre Amelia, con i suoi storici collaboratori, si era imbarcata sulla nave oceanica Lurline a Los Angeles diretta a Honolulu. La cosa più complicata era stata imbracare il velivolo, che infatti viaggiò appeso come una scialuppa di salvataggio. Cinque giorni dopo lo sbarco alle Hawaii e l’inizio dei lavori per la messa a punto dell’aereo che era stato modificato per far posto alle attrezzature e a circa duemila e duecento litri di carburante. 

L’11 gennaio tutto era pronto e il decollo dall’aeroporto di Wheeler Field fissato per le due del pomeriggio. Ma in mattinata iniziò a piovere, prima una pioggia leggera, poi un temporale tropicale. La pista per il decollo era di terra battuta e con la pioggia diventava fango, il che rendeva il decollo di un piccolo velivolo appesantito da tutto quel carburante, davvero rischioso. Alle 3 e 30 del pomeriggio la pioggia finì, le previsioni del tempo dicevano che sul Pacifico il tempo sarebbe rimasto buono ma per poco. Non c’era il tempo di aspettare che il sole asciugasse la pista. Alle 4 e 30 Amelia salì sul velivolo e accese i motori. Qualche centinaio di persone seguivano le manovre e nell’aria c’era il timore che le cose potessero finire male. Alle 4 e 45 Amelia portò l’aereo sul punto dove iniziare la corsa per il decollo. Fu sufficiente la metà della pista, e dopo un rimbalzo, l’aereo prese il volo. Davanti ad Amelia ben presto ci fu una notte stellata, “le stelle sembravano così vicine, che le potevi toccare”, e poi un’alba come non l’aveva mai vista. Lungo la rotta il viaggio veniva seguito dalle navi che stavano nell’oceano e segnalavano il passaggio dell’aviatrice, e da alcuni emittenti radiofoniche che avevano cambiato la programmazione non solo per seguire l’impresa ma anche per sostenerla, trasmettendo la musica che Amelia preferiva. Amelia a sua volta trasmetteva due volte ogni ora, e a terra ci fu molta apprensione quando lei, ormai prossima alla California, disse “Sono stanca della nebbia” ma il messaggio arrivò tronco e tutti temettero che Amelia stava per avere un colpo di sonno. A bordo la sostenne, oltre ad un uovo sodo, la più buona cioccolata calda della sua vita, e non ebbe nemmeno bisogno di mangiare i sandwich che le avevano preparato alle Hawaii. 

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