Approfondimento
Foto: Ivan Radic
Foto: Ivan Radic 

Che cosa sta accadendo sui social network in Italia

Il Center of Data Science and Complexity dell'Università La Sapienza di Roma sta analizzando oltre 100 milioni di profili. L'obiettivo è arrivare a un metro per misurare la tossicità di Facebook, Twitter e le altre piattaforme. Grazie alla legge di Godwin: basta che una discussione online sia sufficientemente lunga che verrà chiamato in causa il nazismo o Hitler. Ma il sospetto è che dietro tutto questo, specie da noi, ci sia ben altro. Una storia complessa che ha a che fare con il nostro passato e con quanto accaduto online nel 2009

19 minuti di lettura

“Chi osa affermare qualcosa di diverso dal ‘mainstream’ viene subito attaccato. Gli si dice che non può andare in tv a sostenere che due più due fa cinque. Ma chi lo ha detto che due più due deve fare quattro?”. Il tono della telefonata si era inasprito rapidamente con il passare dei secondi, ricalcando lo schema dei tanti scontri verbali che stiamo leggendo su Facebook. Al punto che l’ascoltatore catanese, intervenuto alla trasmissione mattutina Prima Pagina di Radio 3, per un pelo non ha insultato in diretta il conduttore che lo stava ascoltando. Conta poco in questa sede il tema, l’invasione dell’Ucraina, e lo schieramento al quale aderiva l’ascoltatore. Perché su un punto ha ragione: dobbiamo capire quanto fa due più due nell’era dei social network. La risposta non è quattro né cinque, bensì “Hitler” oppure “nazisti” e non ha alcuna importanza l’argomento trattato. Basta che la discussione duri a sufficienza e fra botta e risposta verrà chiamato in causa il Führer o la sua ideologia. Inevitabilmente. Mentre la verità di una somma matematica ormai può essere contestata con assoluta disinvoltura, come accadeva nella distopia del romanzo 1984 di George Orwell, abbiamo la certezza che il fondatore del nazionalsocialismo tedesco nelle nostre discussioni sul Web è una presenza fissa. E’ la figura più usata per insultare, bollare l’avversario, descrivere cosa sta accadendo, magari tutto scritto in lettere maiuscole. Con una frequenza che non ha praticamente eguali e che dice parecchio del grado di conflittualità.     

Sulle tracce della legge di Godwin

Si tratta di una legge, formalizzata per la prima volta nel 1990 dall'avvocato statunitense Mike Godwin, per descrivere le dinamiche dei commenti sulle bacheche virtuali del tempo. A quanto pare vale ancora oggi, anzi: vale sempre di più. A sostenerlo il Center of Data Science and Complexity for Society che, a dispetto del nome, è italianissimo e basato all’Università la Sapienza di Roma. I suoi ricercatori stanno cercando di misurare il fenomeno descritto da Godwin. E lo stanno facendo su larga scala analizzando il profilo di cento milioni di utenti soprattutto europei, su cinque diversi social media: Facebook, YouTube, Reddit, Twitter, Gab, Voat, poi chiuso a fine 2020, oltre a dati provenienti da diversi forum. I risultati definitivi verranno pubblicati questa estate, ma già ora possiamo anticipare alcune tendenze. 

“La legge di per sé è al limite dell’ovvio”, spiega Matteo Cinelli, a capo del progetto. Laureato e ingegneria gestionale, 32 anni di Roma, è finito a occuparsi di reti complesse per poi approdare all’informatica e oggi dalla metodologia è passato all’applicazione pratica. “In una stanza che si affolla di persone, le probabilità che si incontri qualcuno esacerbato diventa certezza su base statistica. Ciò che è meno evidente sono le modalità con cui la legge di Godwin tende a manifestarsi, ovvero se esistono delle molle precise e un tempo medio per la comparsa dell’accusa di nazismo, che è un termine con un valore semantico perfetto per uno scontro verbale da tastiera. Soprattutto se tali variabili cambiano secondo la piattaforma e l’argomento. Studiare una tale dinamica speriamo possa portare ad avere un metro accurato per misurare il livello di tossicità di singoli social network”.

La ricorrenza statistica di certe parole e il lasso di tempo necessario alla loro comparsa dovrebbero quindi dirci se un social network porta allo scontro più di un altro. Il numero di “Hitler” o “nazisti” e un tempo molto breve affinché facciano il loro ingresso, potrebbe significare un maggior grado di tossicità. E sarebbe forse la prima volta che questa tossicità viene provata in maniera scientifica grazie alla reductio ad Hitlerumreductio ad nazium come la chiamava Godwin.

Non chiamatele chiacchiere da bar

Supponiamo di essere al bar coinvolti in una discussione. Se qualcuno desse del nazista a qualcun altro o paragonasse le sue posizioni a quelle di Hitler è altamente probabile che lo scontro verbale finirebbe lì oppure degenererebbe in rissa. Sui social network prosegue. Lo dimostra un’altra ricerca, stavolta ad Harvard, pubblicata a dicembre del 2021 su New Media & Society: Hitler e nazismo non troncano la conversazione. Almeno secondo gli autori, fra i quali c’è Gabriele Fariello.

Esperto di intelligenza artificiale, 51 anni, nato a Torino ma trasferitosi negli Stati Uniti quando era piccolo, con i suoi colleghi ha analizzato 14 miliardi di messaggi su Reddit, incluse le risposte e le contro risposte. “Abbiamo cominciato a studiare la legge di Godwin per divertimento, non volevamo nemmeno arrivare a pubblicare uno studio”, spiega da Cambridge, in Massachusetts. “Ma avendo avuto la possibilità di sondare tutti quei dati grazie all’intelligenza artificiale, alla fine ne è uscita fuori una ricerca. Alcune delle scoperte, che ancora devono essere pubblicate in un secondo articolo più ampio, riguardano non solo il nome di ‘Hitler’ o l’aggettivo ‘nazista’ ma anche altri termini. La probabilità che vengano introdotti non è matematica da quel che abbiamo osservato, al contrario di ciò che sostiene Godwin. Ma una volta che compaiono e prendono piede diventando dominanti. Le discussioni online seguono logiche completamente diverse da quelle al bar. Più vanno avanti più diminuisce la possibilità che siano introdotte altre tematiche come invece capita magari a cena dove è facile cambiare argomento. Nell’online le discussioni si fanno verticali quasi subito su un solo tema e se si cita Hitler e di dà del nazista a qualcuno, si fanno ancora più lunghe”.  

Reddit però, sottolinea Fariello, ha delle logiche diverse da Twitter o Facebook. E’ una piattaforma suddivisa in canali tematici fortemente moderati dagli stessi utenti. Somiglia quindi al contesto studiato da Godwin nel 1995 e fino a poco tempo fa non usava algoritmi di raccomandazione come avviene altrove. “Su Twitter e su Facebook lo scenario è completamente differente anche per quanto riguarda gli strumenti di analisi che sono più difficili da usare”, aggiunge il ricercatore italoamericano. “C’è la resistenza di queste piattaforme a offrire i dati necessari per le indagini”. Lui e i suoi colleghi hanno però intenzione di provarci, come sta facendo il gruppo di La Sapienza di Roma. Nel frattempo, Mike Godwin ha contestato i risultati dell’indagine di Harvard. Non ama affatto che la sua legge venga messa in dubbio, nemmeno parzialmente, e su Twitter non risparmia i giudizi taglienti.

Problemi di percezione

La tossicità dei social network l’abbiamo avvertita tutti, specie in questo periodo. La guerra in Ucraina è diventata l’ennesimo specchio nel quale mostrarsi con le proprie bandiere identitarie, le posizioni radicali, il repertorio di insulti a portata di tastiera, la negazione sistematica degli argomenti della parte considerata avversa. Quel che si legge sembra in alcuni casi non avere nemmeno più a che fare con quanto avviene a Kiev e dintorni. Qualsiasi sia il singolo fatto trattato, il risultato di una somma viene comunque contestato in un rovesciamento di prospettive dove è sempre possibile negare. La realtà ovviamente continua ad esistere, ma esiste anche il riverbero che ha in noi. Se volete l’interpretazione, più o meno emotiva, che ne facciamo in base alle nostre idee già costituite. Quando la distanza fra la prima e la seconda diventa troppo ampia non c’è metro scientifico o risultato che tenga perché non è più un tentativo di leggere dei fatti.

La Ipsos, agenzia di ricerca e consulenza francese, da alcuni anni ha iniziato a misurare il grado di errore nella percezione delle persone scoprendo che il mondo è sostanzialmente strabico. La ricerca, Perils of perception, nell’edizione 2018 aveva messo a confronto 37 Paesi, dalla Nuova Zelanda al Canada passando per la Francia, la Germania, il Belgio e l’Italia. Oltre 28mila interviste, il campione rappresentativo per l’Italia era di mille persone, con domande uguali per tutti su aspetti che vanno dalla società all’economia. Un gioco, se così lo possiamo chiamare. E’ lo stesso che faceva l’accademico svedese Hans Rosling nel saggio Factfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo. E perché le cose vanno meglio di come pensiamo (Rizzoli).

La tesi di Rosling è che tendiamo a non vedere quel che è in mezzo, fra il bianco e il nero, ciò che conta nella maggior parte dei casi. La buona notizia è che nelle indagini Ipsos gli italiani non sono all’ultimo posto nella graduatoria delle nazioni con il tasso più alto di sottostima e interpretazione errata. Ma in certi ambiti perdiamo completamente la bussola. Dal livello di immigrazione a quello della corruzione, fino al numero di omicidi o all’ammontare della popolazione carceraria, tutti regolarmente sovrastimati. Al contrario della ricchezza pro-capite o la qualità della sanità pubblica, che sono invece sottostimate. Insomma, abbiamo una visione molto più pessimista del nostro Paese di quel che sarebbe sensato avere.

Cosa c’entra il patrimonio degli italiani con Facebook

Perché accade? Difficile dare una risposta sola, aiutano però alcuni dati: l’Italia resta fra i primi dieci Paesi al mondo per prodotto interno lordo (Pil) e fra i primi trenta per reddito pro-capite. Potremmo fare di più, lo abbiamo fatto in passato, ma la lista di chi ha fatto peggio è più lunga rispetto a quella di chi ha fatto meglio. Nel nostro Paese però negli ultimi trent’anni i livelli di concentrazione della ricchezza sono aumentati. Siamo ancora nella media dell’Unione europea, con la differenza che gli stipendi non sono cresciuti e il reddito pro-capite è inferiore a quello degli anni Ottanta, fatte le dovute proporzioni.

Lo 0,1 per cento più ricco ha visto raddoppiare la sua ricchezza netta media reale facendo raddoppiare anche la sua quota della ricchezza totale, dal 5,5 al 9,3 per cento. Al contrario, il 50 per cento più povero controllava l'11,7 della ricchezza totale nel 1995 ed è passato al 3,5 nel 2016. Ciò corrisponde a un calo dell'80 per cento, unico caso del genere fra i Paesi avanzati”. A parlare è Salvatore Morelli, 38 anni, originario di Roccadaspide, nel Cilento. Insegna scienze delle finanze all'Università degli Studi Roma Tre, nel dipartimento di giurisprudenza. Si occupa di diseguaglianze economiche fin dai tempi della tesi di laurea. 

La metà meno agiata degli Italiani adulti ha visto diminuire il proprio patrimonio dal 1995 ad oggi da 27mila euro di media a cinquemila euro. Sono circa 25 milioni di persone, fra le quali 10 milioni hanno meno di duemila euro. Parliamo di patrimonio, non di reddito pro-capite. Sono quindi dati che provengono non dalla dichiarazione dei redditi ma dai registri delle imposte di successione presentate all’Agenzia delle entrate dal 1995 al 2016”. Queste informazioni relative alle eredità, aveva già sottolineato Morelli in un articolo pubblicato su Lavoce.info di aprile 2021, permettono di osservare meglio la distribuzione della ricchezza nonostante l’esistenza dell’evasione ed elusione fiscale.

“La diseguaglianza in Italia sta accelerando e assumendo ritmi statunitensi” prosegue Morelli. “Abbiamo però i servizi pubblici che premettono sostanzialmente a tutti, al di là del reddito e del patrimonio, di usufruire di assistenza medica e di accedere alla scuola ad esempio. E’ l’intervento dello Stato a fare la differenza in una situazione di grande disparità. Nei Paesi scandinavi, al contrario di quel che si crede, la diseguaglianza economica è ancora più forte che da noi con molto più indebitamento da parte dei cittadini se si guarda ai patrimoni oltre che al reddito. Eppure, con uno Stato sociale solido, gli effetti sono completamente diversi rispetto a quel che vediamo negli Stati Uniti”.  

Le ragioni della maggioranza

Dunque, fra la popolazione adulta, circa 45 milioni di persone, coloro che hanno le risorse per risollevarsi da un’emergenza sono relativamente pochi. Questo significa che il livello di resilienza, la capacità di un individuo di affrontare e superare un’emergenza inattesa o un periodo di difficoltà, è basso in Italia. Dobbiamo poi aggiungere il blocco dell’ascensore sociale da decenni, di media si è più poveri dei propri genitori, e una scarsa meritocrazia che ha probabilmente portato a bruciare nell’immobilità il potenziale di intere generazioni.

Secondo la Banca Mondiale in quanto a mobilità sociale siamo al 34esimo posto. Peggio di noi nel 2020 hanno fatto fra gli altri l’Ungheria (35), la Russia (39), la Serbia (41), la Cina (45), l’Ucraina (46), la Turchia (64). Meglio di noi invece è andata la Slovacchia (32), gli Stati Uniti (27), il Portogallo (24), Malta (17), la Francia (12), la Germania (11), per non parlare di Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia che sono in testa alla classifica. Paesi quest’ultimi che, guarda caso, sono anche in testa alla graduatoria dell’indagine della Ipsos, Perils of perception, fra quelli dove lo scarto fra dati di fatto e il percepito dei cittadini è minore. Lì evidentemente due più due fa ancora quattro.

Per l’Istat l'età media della popolazione italiana nel 2022 è di 46,2 anni. Chi è nato nel 1995 oggi ha 27 anni, chi ne aveva 20 adesso ne ha 47. Se includiamo anche i 25enni di allora, abbiamo la maggioranza relativa della propalazione: il 40 per cento. Individui fra i 25 e i 55 anni mediamente più poveri delle generazioni che si sono affacciate sul mondo del lavoro in precedenza. Di qui, fra gli altri sintomi, la fuga dei cervelli all’estero.

Riassumendo: stagnazione economica, ascensore sociale bloccato da anni, parte della popolazione che vive in una condizione economica difficile, maggioranza relativa dei cittadini che è cresciuta in anni di immobilità sociale, percezione delle cose che tende ad ingigantire o a sottostimare i dati di fatto, magari per cercare un capro espiatorio e giustificare la propria condizione. In un simile contesto, cosa potrebbe andare storto quando dallo smartphone si accede ai social network?

I perseguitati

La notifica arriva la mattina del 23 aprile, mentre scorriamo i vari post di Facebook. “Contenuto suggerito per te” si legge sopra uno dei primi della lista. E' stato selezionato per noi dall’algoritmo. Si tratta di alcuni frammenti di quella che sembra essere un’intervista al musicista inglese Roger Waters, fra i fondatori dei Pink Floyd, in merito al caso di Julian Assange. Non c'è data né fonte, ma dovrebbe risalire al 2019, ai tempi dell’amministrazione Trump, ed esser stata pubblicata da Il fatto quotidiano. A proporre la sintesi di quelle considerazioni è il profilo chiamato Una semplice questione di civiltà con il quale non abbiamo alcun legame. Non lo avevamo mai sentito prima. Ha circa 42mila seguaci e il post con le frasi di Waters, lapidarie, piace: 11mila like. Anche altri pubblicano quello stesso testo ottenendo risultati simili.

Fra le altre cose si legge: “Noi viviamo negli Stati Uniti d’America dove un’enorme percentuale di persone è totalmente sopraffatta dalla propaganda, la quale è enormemente efficace ed enormemente potente. Ed è questo il motivo per cui la farsa del potere può continuare. Dunque io vivo in un Paese dove cercano di far credere alla gente che va bene che i dollari delle tasse continuino a essere riversati nelle tasche dei ricchi, con il pretesto che bisogna fare la guerra alla Cina (…). E nella Tv americana mainstream o su un giornale americano non viene ammessa una sola parola di verità. Neanche una. Tutto è sotto controllo”. Poi aggiunge: “Dov’era la stampa mainstream mentre il fratello e compagno Julian Assange, un giornalista come loro, viene assassinato? Si, assassinato. Perché è un tentato omicidio quello che stanno facendo di Julian Assange”.

La stampa ha molti limiti e inciampa sempre più spesso. Ma non in questo caso. Nel 2019 il New York Times di articoli su Assange ne ha pubblicati dieci, altrettanti il Washington Post. Sono due delle testate che hanno criticato apertamente l’accusa mossagli a maggio di quell'anno dal governo per la presunta violazione dell'Espionage Act.

Il sette febbraio del 2018 i due amministratori di Una semplice questione di civiltà, che se la prendono spesso con la stampa ‘mainstream’, pubblicano questo messaggio: “Il nuovo algoritmo Facebook sceglie per voi le notizie oscurando le pagine come questa e privilegiando i contatti personali. Il fine è quello di depotenziare la critica, la discussione e il confronto e aumentare le foto con gattini e bucatini all'amatriciana”. A quanto pare gli algoritmi devono aver cambiato idea, oppure contenuti del genere sono tutt'altro che depotenziati.

Le colpe delle fonti ufficiali 

“Abbiamo una conoscenza del mondo limitata e approssimativa, che è diminuita nel tempo. Facciamo affidamento alla conoscenza degli altri, cerchie di amici con idee simili che si autoconfermano sui social (…). Il ‘pensiero di gruppo’ è così forte che quando sbaglia non cede nemmeno davanti all’evidenza. Vale per i cittadini, vale per politici e amministratori delegati”. Così lo storico israeliano Yuval Noah Harari in un’intervista del 2018.

In Italia, secondo i dati raccolti dal Cnr nel 2020, il 40 per cento delle persone dichiara che in Rete trova quel che le fonti ufficiali nasconderebbero. Questo però non significa necessariamente che quasi la metà degli italiani sia complottista. Vuol dire “solo” che la fiducia nel sistema, nelle istituzioni e nelle varie componenti dell’organizzazione della società, è a livelli minimi. In alcuni casi i demeriti delle fonti di informazione e di chi ha gestito questo Paese sono evidenti, eppure si finisce per per abbracciare rappresentazioni della realtà che di reale hanno poco. “Le crisi eleggono sempre i propri nemici, ma quasi mai sono i veri responsabili della situazione”, ha raccontato Antonio Tintori, a capo del gruppo di ricerca Mutamenti Sociali del Cnr-Irpps.  

Il 3 dicembre del 2021 il Censis ha pubblicato il suo 55esimo rapporto sulla società italiana. Uno dei capitoli era intitolato La società irrazionale: “È un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà. Per il 5,9 per cento degli italiani (circa 3 milioni di persone) il Covid semplicemente non esiste. Per il 10,9 il vaccino è inutile e inefficace. Per il 31,4 è un farmaco sperimentale e le persone che si vaccinano fanno da cavie. Per il 12,7 la scienza produce più danni che benefici. Si osserva una irragionevole disponibilità a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici, teorie infondate e speculazioni complottiste. Dalle tecno-fobie: il 19,9 per cento degli italiani considera il 5G uno strumento molto sofisticato per controllare le menti delle persone. Al negazionismo storico-scientifico: il 5,8 è sicuro che la Terra sia piatta e il 10 è convinto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla Luna (…). L’irrazionale ha infiltrato il tessuto sociale, sia nelle posizioni scettiche individuali, sia nei movimenti di protesta che quest’anno hanno infiammato le piazze, e si ritaglia uno spazio non modesto nel discorso pubblico, conquistando i vertici dei ‘trending topic’ nei social network, scalando le classifiche di vendita dei libri, occupando le ribalte televisive”.

Definire questo panorama come “il sonno fatuo della ragione”, come scrive il Censis, è dare per assodata l’età dei lumi, della ragione. Eppure non c’è davvero molto di nuovo in quel che vediamo manifestarsi online, che è uno specchio dell’emotività umana. Cambia però la magnitudine, amplificata a dismisura. Qualcuno lo aveva iniziato a capire proprio negli anni Novanta, quando l’Italia cominciava a fermarsi e a sprecare sogni, ambizioni e potenzialità di intere generazioni.   

La storia è sempre complessa

Jonah Peretti, l’architetto della prima versione dell’Huffington Post e fondatore di BuzzFeed, dopo la specializzazione al Media Lab del Mit di Boston aveva dato vita a una serie di esperimenti virali privi di scopo se non quello di studiare come certi fenomeni si diffondevano sul Web. In uno, ad esempio, con la sorella era riuscito a mettere in piedi “la linea telefonica del respingimento” per arginare i corteggiatori indesiderati. Bastava dar loro quel numero e un messaggio registrato recitava: “La persona che le ha dato questo numero non vuole parlarle né rivederla. Cogliamo l’occasione per respingerla ufficialmente”. Le otto linee messe a disposizione dal servizio rimasero intasate per mesi tanto l’operazione aveva avuto successo grazie al passaparola su Internet.

Già nel 1996 Peretti aveva scritto in un articolo che “il ritmo sempre più rapido con il quale le immagini vengono diffuse e fruite online (…) determina un corrispondente aumento del ritmo con cui gli individui assumono e si spogliano delle loro identità”. Incollati allo schermo, si scambiano immagini ideologicamente cariche con sé stessi in gioco di specchi. Peretti parlava di immagini perché in quel periodo erano loro la parte virale di Internet, ma possiamo probabilmente estendere il concetto ai contenuti in generale pubblicati sul Web. Oggi però più che spogliarsi della propria identità sembra che ogni tema sul tavolo venga usato per affermarla.

Nel 2006, anno di nascita di BuzzFeed, la quantità di dati prodotti fu tre miliardi di volte superiore a quella contenuta in tutti i libri mai scritti. L‘agenzia stampa Associated Press parlò di “affaticamento da notizie” e di lettori “debilitati” dal "sovraccarico di informazioni”.

Jill Abramson, prima donna a dirigere il New York Times, nel saggio appena uscito in Italia intitolato Mercanti di verità (Sellerio), racconta di come fra i primi post di BuzzFeed c’era una lista dei migliori siti che trattavano il tema dei pinguini gay, la linea di abbagliamento per animali di Snoop Dogg e venti capezzoli di celebrità in mostra. Abramson non ne scrive per condannare quelle scelte, solo per spiegare che essendo la viralità l’obiettivo, finivano sullo stesso piano notizie importanti e articoli che lo erano molto meno. Il Web veniva descritto, anche dai colossi della Silicon Valley, come la grande miniera di informazioni, il catalogo dello scibile umano, con una retorica di fondo di stampo illuminista. Peretti al contrario lo vedeva come un catalogo emotivo. Per questo i contenuti di BuzzFeed non erano ordinati in base alle categorie tipiche dei giornali, dall’economia alla politica, ma “attorno alle emozioni che spingono alla condivisione”, aveva spiegato lo stesso Peretti: Lol, Wtf, Fail, Trashy e via discorrendo. Dunque, in base alla reazione che quegli articoli provocavano o si pensava avrebbero provocato.

Cosa è accaduto nel 2009

Che il cosiddetto “engagement”, il coinvolgimento degli utenti, sia uno dei tasselli fondamentali sui quali è costruito il castello dei social network lo sappiamo tutti. Peccato che poi lo dimentichiamo al primo post che ci fa arrabbiare. Senza spingersi fino alle tesi estreme di documentari come The Social Dilemma pubblicato da Netflix, o quelle del saggio Il capitalismo della sorveglianza (Luiss) di Shoshana Zuboff della Harvard Business School, è ormai assodato che l’emotività su queste piattaforme è l’arma più sfruttata per tenere attaccati allo schermo le persone, in una competizione sempre più aspra per la conquista del loro tempo. Con l’aggiunta del fattore “like”, che funziona come la ricompensa nel gioco d’azzardo.

“Prima del 2009, Facebook aveva dato agli utenti un flusso infinito di contenuti generati da amici e contatti, con i post più recenti in alto e quelli più vecchi in basso. Una quantità travolgente di messaggi, ma era comunque un riflesso fedele di ciò che gli altri stavano pubblicando”, scrive su The Atlantic Jonathan Haidt, psicologo sociale che insegna alla New York University e autore di due saggi, The Righteous Mind e The Coddling of the American Mind. Il titolo del suo intervento è: Perché gli ultimi 10 anni di vita americana sono stati straordinariamente stupidi. “Tutto comincia a cambiare nel 2009, quando Facebook ha aggiunto il tasto ‘Like’, "mi piace". Nello stesso anno, Twitter ha introdotto qualcosa di ancora più potente: il ‘Retweet’, che ha permesso agli utenti di approvare pubblicamente un post condividendolo (…). Facebook ha presto copiato quell'innovazione con il proprio pulsante 'Condividi', che è diventato disponibile nel 2012. I pulsanti ‘mi piace’ e ‘condividi’ sono diventati rapidamente funzionalità standard della maggior parte delle altre piattaforme”.

Facebook ha iniziato così a raccogliere dati su ciò che coinvolgeva (engaged) i suoi utenti e ha sviluppato algoritmi per portare a ciascuno il contenuto che con più probabilità avrebbe generato un "mi piace" o qualche altra interazione, includendo eventualmente anche la "condivisione”. Google ha fatto qualcosa di simile, sempre nel 2009, introducendo decine di filtri alle nostre ricerche per ritagliare su misura le risposte, analizzando chi, quando, dove e da quale dispositivo si stava navigando. Come sostiene Eli Pariser in Il filtro (Saggiatore), a quel punto mentre noi cercavamo il Web ha preso a indagare le nostre abitudini costruendoci attorno una sua versione personalizzata. 

“Le camere di eco somigliano ai sistemi di raccomandazioni in un servizio di streaming o di commercio elettronico” aveva spiegato pochi mesi fa Walter Quattrociocchi, a capo del Center of Data Science and Complexity for Society dove lavora Cinelli, fra i primi a studiare il fenomeno e misurarne la portata. “Ti viene consigliato quel che utenti a te simili, nel caso di Facebook soprattutto i tuoi contatti, hanno apprezzato. Di conseguenza viene eliminata la varietà per darti quel che si suppone ti piacerà di più aumentando il tempo che spendi sulla piattaforma. Il problema è che così facendo si creano queste 'camere di eco' all’interno delle quali i pareri sono similissimi fra loro. E qui sono le posizioni più estreme ad esser messe in risalto perché sono quelle che provocano più reazioni, uno dei parametri tenuti in maggior conto dall’algoritmo, in un crescendo continuo”. Il caso delle affermazioni di Roger Waters ad esempio.

Ev Williams, fondatore di Medium e di Twitter, assieme a Jack Dorsey, Noah Glass e Biz Stone, su questo tema nel 2018 aveva messo in chiaro alcune cose: "Il cosiddetto ‘engagement’, la capacità di un contenuto di creare un legame con le persone, quando funziona viene immediatamente replicato da una piattaforma all’altra per generare click e profitti. Disgraziatamente non sappiamo misurare se una certa cosa fa star male o fa star bene, né se è vera o falsa, solo se provoca una reazione".

Se ne erano accorti, prima delle elezioni presidenziali americane del 2016, i collaboratori di Donald Trump. Il gruppo che si occupava dei social network si era dato il nome di Progetto Alamo ed era guidato da Brad Parscale, poi defenestrato alle ultime elezioni, in collaborazione con Alexander Nix, a capo di Cambridge Analityca. Il primo ha gestito gli 85 milioni di dollari spesi su Facebook, il secondo ha poi ricevuto un compenso 6,2 milioni di dollari per il suo sistema "psicometrico": individuare gruppi di persone sensibili a certe tematiche o spaventati da determinati fenomeni, dall’immigrazione al tasso di criminalità, ai quali inviare messaggi su misura. "Senza Facebook non avremmo mai vinto", disse ai microfoni della Bbc il braccio destro di Parscale, Theresa Hong, nel documentario Secrets of Silicon Valley. E lo sanno bene anche nella cosiddetta ‘fabbrica dei troll’, l'Internet Research Agency (Ira) di San Pietroburgo, messa in piedi da Evgenij Prigozhin, chiamato il cuoco di Putin, che però ha sempre negato ogni coinvolgimento.

L’accademico inconsapevole

“Mi piacerebbe avere le tue stesse certezze”, commenta il fisico rispondendo ad una persona che sta contestando con una discreta varietà di fonti le sue tesi geopolitiche. Il fisico quelle tesi le pubblica su Facebook sostenute immancabilmente da un articolo o da un intervento di qualcun altro sempre perfettamente aderente alle sue idee, replicando un copione consumato: cercare su Internet tutto quel che conferma i nostri pregiudizi, intesi in senso letterale, ovvero giudizi formati a priori, che nella manifestazione di sé stessi sui social network si trasforma nell’ignorare il metro altrui anche quando si dimostra valido.

Colpisce che perfino gli scienziati siano finiti in questo gioco. Loro di metri per avere un’idea della validità di certi studi e dello spessore dei ricercatori li hanno: il numero delle pubblicazioni e quello delle citazioni nei lavori dei colleghi, che danno la misura dell’impatto sulla comunità scientifica. Tutto consultabile da chiunque, giornalisti inclusi, sul motore di ricerca Google Scholar. La metrica più importante forse è la seconda, visto che nella prima bisogna poi verificare la statura delle testate che hanno pubblicato le varie ricerche e non sempre è rilevante. Il risultato complessivo è un metodo accettabile per dare una gerarchia, per conoscere l’autorevolezza di scienziati e singoli articoli accademici rispetto a certe materie.

Tornando al fisico, che conta nel complesso su più di tremila citazioni, è probabile che se sui suoi temi intervenisse qualcun altro che non ha studiato altrettanto la materia si irriterebbe. A ragione. Eppure, in questioni di politica internazionale tira in ballo Alessandro Orsini, sociologo con all’attivo volumi su terrorismo e poco più di quattrocento citazioni. Un decimo delle sue. Non stiamo qui trattando della validità delle tesi di Orsini, solo che dovendo scegliere un esperto di Russia ed est Europa, non è il primo che dovrebbe venire in mente. A meno che non si prenda la sua voce come una bandiera dietro la quale schierarsi. Al centro della narrativa di Orsini, fra le altre cose, c’è la presunta sconfitta e ipocrisia dell’Occidente. Se si è cresciuti in un Paese fermo socialmente e che a differenza del resto dell’Occidente si è impoverito, dunque se si ha la sensazione o la certezza di non aver combinato molto nella vita e non per i propri demeriti, ascoltare qualcuno che ne predica la sconfitta aiuta a giustificare la propria. E’ solo uno dei motivi possibili e probabilmente vale per alcuni e non per altri. Ma è altrettanto vero che la guerra in Ucraina da noi ha dato vita online a uno scontro nel quale c’è molto più l'Italia che l’Ucraina stessa.  

La conta degli arrabbiati

Le camere di eco sono in continua evoluzione. L’invasione russa ha spaccato quelle costituite in precedenza su altri temi, i vaccini ad esempio, con una minoranza che via via ha iniziato a questionare sulle presunte vere origini del conflitto e una maggioranza invece costernata dall’aggressione delle forze militari del Cremlino. Ondate settimanali o giornaliere di commenti legati ai singoli eventi hanno funzionato come specchi sui quali contrapporsi perdendo il contatto con quello che avviene a Kiev o più semplicemente ignorandolo se non compatibile con le proprie idee. In una inconsapevolezza generalizzata del mezzo che si sta usando per esprimersi e di quel che sta accadendo oltre i nostri confini.

Con la pandemia e i vaccini, l’invasione dell’Ucraina vista dall’Italia condivide la divisione a grandi linee fra chi è contro il sistema e chi è a favore. Il passaggio dei No Vax più radicali dalla parte di Putin è avvenuto quasi immediatamente e dopo di loro si sono uniti altri. Cambiano i temi ma non l’identità di fondo. Per questo il fact-checking, la verifica della singola notizia condivisa usata come un’arma per convalidare una o l’altra tesi, non è efficace. Combatte i sintomi senza guardare alla causa.

Nel caso dei vaccini, i veri No Vax sono meno dell’uno per cento, per quanto molto rumorosi sui social. C’è poi un 15 per cento della popolazione che ha o aveva dei dubbi, dei timori di vario genere sui possibili effetti collaterali. Ma si è avuta la percezione che i No Vax fossero più numerosi sia per la loro attività online sia per lo spazio che i media gli hanno dato. Sta accadendo qualcosa di vagamente simile anche con la guerra in Ucraina, benché qui le proporzioni siano differenti. Ricordate la ricerca del Cnr del 2020?  Affermava che il 40 per cento degli intervistati crede che in Rete si trovi quel che le fonti ufficiali nasconderebbero. Secondo un’indagine Demos del 19 aprile, il 46 per cento della popolazione da noi è convinta che l’informazione sulla guerra in Ucraina sia pilotata e distorta. 

La società plasmata ad immagine di un social network

“E’ una tempesta perfetta per quel che ci riguarda”, conclude Matteo Cinelli. “E ormai le logiche dei social media stanno dilagando nell'intera società grazie alle sue fragilità. Tutti parlano di tutto, senza più alcuna distinzione per le competenze. Sta accadendo anche in ambito accademico. Il principio di autorevolezza sta saltando un po’ ovunque. In tv o sui giornali intervengono persone che non hanno alcun titolo per trattare un certo argomento. L’importante è che facciano discutere, creando ‘engagement’ e si guarda ai social per scovare le figure più divisive”. Da questo punto di vista il virologo Roberto Burioni e il sociologo Alessandro Orsini si somigliano, con la differenza che il primo ha un profilo scientificamente più rilevante rispetto al tema dei vaccini di quanto lo abbia il secondo per commentare la situazione geopolitica russa e ucraina.   

Meno e meglio

In attesa di avere l’indice di tossicità delle piattaforme online al quale Cinelli sta lavorando, bisognerebbe fare molta più attenzione quando si pubblica qualcosa sui social network. Chiedersi ogni volta si commenta, risponde o si mette un like, perché lo stiamo facendo, a cosa stiamo reagendo. Bisognerebbe esprimersi meno e farlo con più consapevolezza. Peccato che la consapevolezza sia una merce rara ed è anche difficile da raggiungere. Il bonus per l’assistenza psicologica forse aiuterebbe se concesso all’intera popolazione e non è affatto una battuta sarcastica.

L’alternativa è quella di chiudere quei social network che prosperano sulle nostre peggiori emozioni, ipotesi che forse andrebbe presa in considerazione, o migliorare le condizioni di vita delle persone sapendo che a quel punto la frustrazione verrebbe meno, almeno in parte. E ancora dare un senso alla parola ‘merito’. Una strada lunga e complessa, ma ovviamente l’unica che offre garanzie. Con l’aggiunta di investimenti sulla scuola più lungimiranti rispetto a quanto fatto fino ad oggi. Ammesso sempre che si continui a pensare che in un Paese sano due più due debba fare quattro e non “Hitler”, “nazi” o cinque, come nel regime totalitario descritto in 1984 di George Orwell.

Un epilogo casuale

Una domenica di aprile capitiamo per caso in un bar di Sacrofano, a nord di Roma. Ad un tavolo Francesca Braghetta, insegnante del nido, sta raccontando ad un’amica cosa la spaventa delle discussioni online. Usa un’analogia: “Quando i bambini iniziano a parlare c’è una fase di scontri continui. Se uno dice ‘mia mamma’ l’altro crede stia parlando di sua mamma, non sapendo che di mamme ce ne sono una per ogni bambino, e allora risponde arrabbiato ‘mia mamma!’. A sua volta il primo, ancora più alterato, gli urla ‘mia mamma!’ e vanno avanti così fino alle lacrime. Non lo so… mi sembra che online vediamo la stessa dinamica”.  Un po’ tranchant come paragone, ma a suo modo suggestivo.