Il futuro del lavoro
Lavoro ibrido, però con armonia

Lavoro ibrido, però con armonia

La promessa del digitale per chi lavora avrebbe dovuto renderci più felici, ma qualcosa è andato storto. È necessario un ripensamento affinché la tecnologia ci aiuti a riscoprire il ritmo per avere una vita migliore

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Ho vissuto, nel corso degli anni, l’alba e la maturazione di un mondo intangibile, capace di trasformare radicalmente il nostro mondo materiale. La promessa di mettere in comunicazione, di mettere in contatto al di là delle barriere e delle distanze. La promessa di avvicinare, nella smaterializzazione dello spazio e nell’annullamento possibile dell’attesa, e la promessa di contaminare, nella condivisione della conoscenza e nella trasmissione immediata dell’informazione. E la promessa, per valore e impatto nella vita di ciascuno superiore a ogni altra, almeno stando alla mia esperienza, di liberare e restituire tempo.
La tecnologia avrebbe potuto permettere di tutelare e promuovere il valore del nostro tempo, di ripulirlo dal rumore di fondo. Il problema del tempo, in fondo, è tutto ciò contro cui l’umanità ha sempre lottato e per cui si è battuta, giorno dopo giorno.
Per me, la promessa del digitale consisteva soprattutto in questo: meno tempo per attività ripetitive e a basso valore, più tempo per ciò che ci è più caro.
Per come ci ritroviamo oggi, perennemente connessi, perennemente reperibili, il digitale sembra aver mantenuto molte promesse, ma forse ha tradito, di fatto, la promessa più importante. Non ci ha restituito tempo. O, se ce l’ha restituito, immediatamente se l’è ripreso. Forse, più probabilmente, siamo stati noi ad aver tradito il digitale, a non averlo compreso, ad averne voluto abusare.

Un nuovo e pericoloso concetto di tempo

La cifra di tutto è un nuovo concetto di tempo. Se da anni ormai ci siamo abituati a vivere come in un eterno black friday, in cui tutto è a portata di click, la situazione ora è più grave: stiamo correndo lo stesso rischio anche in tema di lavoro. La novità più importante di questi anni è proprio il modo in cui pensiamo al tempo. Stiamo rimpicciolendo lo spazio fisico, minimizziamo gli spostamenti; rimaniamo a casa davanti al pc/smartphone, per poi allargare e affollare lo spazio virtuale di accadimenti.
Non viviamo più in uno spazio che impartiva all’uomo un tempo, anche se non antropocentrico, certamente naturale. Viviamo sempre più in uno spazio apparentemente antropocentrico, ma il cui ritmo in realtà è dettato dalla tecnologia e dalle relative esigenze e richieste sempre più veloci.
Tradotto nel concreto delle nostre vite e in termini più familiari, possiamo parlare, per esempio, di un’aspettativa di reperibilità e di una perenne reattività ad ogni stimolo.
Il digitale ha creato uno spazio innaturale di tempo tecnologico accelerato, non più sostenibile per l’uomo. Pur essendo, paradossalmente, stato creato dall’uomo stesso per renderlo libero e autonomo rispetto alla natura.

L’invasione ibrida

La prima volta che sentii parlare di lavoro ibrido provai una sensazione di disagio.
Ibrido mi fa sempre pensare a qualcosa di artefatto; la scelta di potenziare qualcosa ma depotenziare qualcos’altro. Per quanto esistano ovviamente casi di ibridazione naturale, per me la parola evoca un’attività artificiosa, intrusiva, che ha poco senso, e certamente poca gentilezza, quando parliamo di uomini, di donne, di lavoro. E naturalmente di vita. Mi fa pensare a squilibri e scompensi, a compromessi.
L’ibridazione non sembra essere la ricchezza che si genera dall’incontro tra le differenze, quanto invece il compromesso che si forma dall’unione di elementi eterogenei che non legano tra loro e che, mescolati a forza, trovano un proprio equilibrio di sopravvivenza depotenziando le rispettive caratteristiche. Perdendo qualcosa da entrambe le parti.
Non posso non chiedermi che bisogno avessimo di una parola nuova.
Abbiamo inseguito e promosso lo smart working  in senso letterale. Per decenni. Il lavoro intelligente, o flessibile, traducendo in modo più libero ma, direi, più sensato. Un lavoro che sapeva adattarsi alle esigenze. Delle persone e delle aziende. Una nuova cultura del lavoro basata sui risultati, più che su tempo, regole e rituali; sulla fiducia invece che sul controllo; sulla disponibilità di luoghi di lavoro diversi, adattabili, e non su una rigidità “ufficio-centrica”.
La pandemia, con il distanziamento e le difficoltà di lavorare in sede, sembrava l’occasione ideale per alimentare questa evoluzione.
La destinazione finale di questo processo sembrava proprio lo smart working e la possibilità di rispettare un nuovo sistema di priorità nella vita delle persone. Durante il lockdown siamo stati costretti, da un giorno all’altro, a “remotizzare” il lavoro a casa, e lo abbiamo chiamato, in modo rassicurante ma improprio, smart working. Quando tutto sembrava dover andare in questa direzione, la stessa dimensione che aveva alimentato la vertigine euforica del cambiamento si ritrovava etichettata come obsoleta, da abbandonare subito dopo essere stata scoperta.
Finita l’era del lavoro smart, inizia il tempo del lavoro ibrido. Il mondo delle società hi-tech, le società di consulenza strategica, i media, tutti uniti in un coro unanime, senza nemmeno il tentativo di differenziarsi un po’ o di interrogarsi sul significato stesso della parola, sulle sue implicazioni. Ci presentavano, all’unisono, una visione del futuro compatta, convinta, unidimensionale, che alle mie orecchie non poteva che suonare, da subito, come una sentenza: “Il futuro del lavoro è ibrido”.
Per alcuni, lavoro ibrido significa semplicemente distribuire le presenze settimanali tra casa e ufficio, per altri, invece, consiste nel coniugare mondo analogico e mondo digitale, esperienza fisica e virtuale. Se, tuttavia, si tratta semplicemente di questo, della possibilità di vivere e lavorare in uno spazio misto tra casa e ufficio e tra analogico e digitale, allora davvero fatico a comprendere l’enfasi e la novità.
Non credo di avere una chiave di lettura risolutiva, e certamente ho più domande che risposte, ma personalmente ritengo che non si tratti solo di una questione di bulimia da buzzword, né che sia solamente una questione di lessico. Credo che si tratti soprattutto di semantica, con tutte le conseguenze che ne derivano: se cambi la parola allora, evidentemente, ne cambi anche il significato.
L’idea che mi sono fatto è che ciò a cui andiamo incontro non sia tanto l’ibridazione di analogico e virtuale, già ampiamente avvenuta e ormai irreversibile, quanto l’ibridazione di vita e lavoro. Qualcosa che rischia di stravolgere quasi tutto ciò che conosciamo: le nostre case, i nostri uffici, il concetto di tempo e quello (ormai messo in soffitta) di equilibrio vita-lavoro.
Lo smart working, come detto, avrebbe permesso alle persone di gestirsi in autonomia, ma senza per questo privarsi totalmente del supporto aziendale. Non cancellava l’ufficio, così come non pretendeva di trasformare le case in uffici permanenti. Ovviamente la casa rientrava tra gli spazi di lavoro ma in maniera adattabile, a seconda dell’esigenza. La tecnologia era l’abilitatore di questo cambiamento, ma rimaneva tutto sommato un elemento marginale.
Il lavoro ibrido mette al centro la tecnologia, il cui sviluppo è sempre più indirizzato dalla volontà di rendere l’esperienza virtuale il più possibile verosimile, vicina, se non addirittura sovrapponibile a quella reale spingendoci in modo netto verso la remotizzazione di tutto ciò che fa parte dell’esperienza umana.

Ibridazione totale ma non equa

Ciò di cui stiamo ponendo le basi è dunque una condizione di ibridazione totale delle nostre vite.
Le case saranno destinate ad assumere i tratti, presto o tardi, di ufficio permanente. Ciò a cui rischiamo di andare incontro è una insostenibile mescolanza di spazi e livelli, sempre più a favore del lavoro e sempre più a discapito delle nostre stesse esistenze.
Un’altra conseguenza della perdita di spazi e confini provocata da questa visione del lavoro è più dipendente da problematiche di fragilità sociale. Se in azienda ciascuno, a prescindere dalla provenienza o dal livello sociale, può godere degli stessi vantaggi, in termini di insonorizzazione, dispositivi, connettività, disponibilità degli spazi, cosa succede quando tutti ricevono lo stesso carico di lavoro ma ciascuno deve affrontarlo in condizioni diverse? Lavorare dalla scrivania di una stanza destinata a un uso ufficio, o lavorare dal tavolo della cucina mentre i figli fanno i compiti sono due cose ben diverse. Poter utilizzare una connessione con linea propria, o dover condividere la banda con altri familiari, che allo stesso modo lavorano o seguono la didattica a distanza, genera due possibilità di lavoro molto distanti. Che impatto ha questa discriminazione, involontaria ma innegabile, tanto sulla produttività, quanto – di conseguenza – sulle possibilità di carriera delle persone? Che impatto ha questa domiciliazione forzata sul tanto decantato “work-life balance”?
Il processo di ibridazione delle nostre vite è già avvenuto, e forse non ci siamo ancora resi conto pienamente di quanto questo influenzi la nostra esperienza di esistere.
Credo che, in qualche modo, dovremmo oggi trovare la capacità di fare quello che si fa normalmente, quando il digitale entra nei processi aziendali: ovvero scomporre e ricomporre, secondo nuove architetture e nuovi paradigmi, creando un nuovo ordine che permetta di separare il più possibile i livelli e gli spazi.
Secondo la mia sensibilità, il vero tema di oggi è la necessità di un ridimensionamento del rapporto tra essere umano e tecnologia, perché il primo non diventi, nella dimensione ibrida, un mezzo funzionale allo sviluppo, alla sperimentazione e al perfezionamento della seconda. Consapevole che possa sembrare una visione distopica, credo che dobbiamo avere il coraggio e la lungimiranza di comprendere effettivamente quanto, come umani, possiamo essere mezzi o possiamo essere fini, e dove sia il limite tra queste due dimensioni esistenziali. Questo, oggi, è uno dei temi su cui dovremmo riflettere quando parliamo di futuro del lavoro.
Personalmente non credo che il futuro del lavoro debba essere ibrido. Credo, al contrario, che si debba lavorare perché possa essere armonioso.
Un futuro con ritmo.