L'analisi

Le sparatorie su Twitch e il nostro bisogno di attenzioni

Le sparatorie su Twitch e il nostro bisogno di attenzioni
Nella società dell’attenzione e della performance c’è uno sgradevole filo che ci unisce a chi decide di mettere su Twitch una sparatoria: il bisogno di qualcuno che tifi per noi
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Il 14 maggio Payton Gendron ha aperto il fuoco in un supermercato della città di Buffalo col preciso obiettivo di colpire e uccidere persone appartenenti alla comunità nera. Ha ammazzato dieci persone e trasmesso in diretta su Twitch il video della strage. Contemporaneamente Gendron, che su internet si faceva chiamare col nick “jimboboiii”, ha diffuso un manifesto razzista e antisemita di 180 pagine in cui spiega con dovizia di particolari di essersi radicalizzato su forum come 4chan e di compiere il suo gesto perché sostenitore della teoria secondo cui la popolazione bianca americana sarebbe vittima di una sostituzione etnica, tesi ampiamente sposata e ripresa sui principali network della destra americana.

Non è la prima volta che questo modus operandi viene utilizzato, anzi, ormai è diventato la prassi di un certo tipo di stragismo suprematista bianco che sfrutta i social network per mostrare ciò che sta succedendo. Ovviamente non è una novità nel campo delle azioni terroristiche che da sempre sfruttano i meccanismi dei media per amplificare il proprio messaggio e renderlo spettacolo. Anzi, è proprio lo streaming il motivo che spinge certe persone a fare ciò che fanno, la possibilità che qualcuno veda, che qualcuno tramandi.

Il filo rosso

E se lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma il rapporto sociale fra persone mediato da immagini, come diceva Debord, quello che è andato di scena è proprio l’ennesimo collegamento di un filo rosso, di una sorta di grande internazionale più o meno disorganizzata del terrorismo suprematista che ogni volta cita gli episodi precedenti e ne segue le tracce. Ognuno di questi personaggi cita quello precedente. La versione distorta e terribile di una challenge virale. Ma se Debord parlava della società dello spettacolo oggi spesso sentiamo parlare di società della performance, che per certi versi è la stessa cosa, ma anche no. Perché se una volta i gesti eclatanti venivano fatti per avere l’attenzione dei media ed eventualmente veicolare i propri messaggi politici, oggi la disintermediazione che ha cambiato le regole della comunicazione sociale ha modificato anche quelle degli orrori trasmessi in diretta.

Gesti come quelli di Buffalo o delle moschee in Germania e Nuova Zelanda non vengono fatti per attirare l’attenzione, sono già l’attenzione. Sono orrori che cuociono a fuoco lento negli anfratti di una società che non sa né può gestirne l’esistenza. Anzi, siamo onesti, quando le assurde teoria sulla sostituzione etnica arrivano in prima serata si può ancora dire che è colpa di internet e dei suoi forum peggiori? E non perché internet sia a priori un posto orribile, ma perché in determinati contesti la consapevolezza di essere guardati e il desiderio di esserlo sono i motori di un sacco di gesti che altrimenti non faremmo.

Documentare ogni momento della nostra vita per gli altri, schierarsi pubblicamente per una causa, i video o le stories, mostrare gli acquisti, i pasti, le uscite, sono gesti automatici e normali, per certi versi anche belli, perché tutti hanno diritto di mostrare un po’ di felicità quando riescono a stringerla tra le mani. Anche perché se condividiamo possiamo per qualche minuto non essere quelli che fruiscono, non essere quelli che devono accettare le immagini degli altri e riconoscere al loro interno il proprio bisogno, siamo noi a dettare il bisogno agli altri. Nessuno di noi vuole essere il famigerato albero nella foresta che cade senza che nessuno possa sentire il suo rumore. Non lo voleva neppure Payton Gendron e quindi ha sfruttato il linguaggio che probabilmente conosceva meglio, quello della diretta disintermediata, del contatto diretto col suo pubblico, con i suoi eventuali follower su Twitch, che è diventato l’involontario spettacolo di un orrore che una volta sarebbe stato esclusivamente mediato dalla televisione e che invece oggi può arrivare direttamente a un pubblico che lo consumerà come se fosse il video di un animale che fa cose buffe, con solo una punta di morboso in più.

 

Qualcuno che tifa per noi

E la cosa più assurda che è Gendron ha condiviso la sparatoria per lo stesso motivo che mi spinge a mettere un selfie di me che cerco di rimettermi in forma o di me che allestisco, ebbene sì, il mio studio per Twitch: avere qualcuno che tifasse per lui. Lo so, è orribile messa in questi termini ma è anche perfettamente normale, perché alla fine la grande moneta dei nostri anni e l’attenzione e come spesso accade con alcune ricchezze bisogna solo capire fino a che punto sei disposto a spingerti per i famosi 15 minuti di celebrità teorizzati da Warhol.

Volete una frase simbolo per questi anni? Una frase che ovviamente non vuole avere alcun intento giustificatorio nei confronti di un pazzo assassino razzista, ma che mostra perfettamente il grado zero della cultura della performance? “Credo che la possibilità di andare in diretta mi ha abbia dato un po’ di motivazione, almeno sapevo che qualcuno tifava per me”, non lo ha detto uno sportivo che cerca coraggio per allenarsi, né una persona che affronta un percorso di recupero fisico o un disegnatore in cerca di ispirazione: ma proprio Payton Gendron. Posso solo avvicinarmi al bordo dell’orrore che questo discorso porta con sé, per fortuna è un bordo fatto di solitudine, radicalizzazione razzista e posti che non frequenterei nemmeno per documentarmi, ma getta una bruttissima luce su qualunque forma di performativismo. Forse, anche quello fatto a fin di bene, che spesso non è altro che posizionarsi nel lato della barricata in cui si crede, ma in cui si spera anche di parlare al proprio pubblico di affezionati.

E anche se Twitch ha rimosso a tempo di record il filmato e bloccato l’account di jimboboiii sappiamo tutti benissimo che in questi casi è come cercare di riparare la diga di Hoover usando solo le mani. Le piattaforme saranno sempre un passo indietro perché, arrivati a un certo livello di utenza, il controllo è impossibile e porta con sé una serie di rischi che già oggi sono palesi, come sa bene chiunque abbia detto per scherzo a un amico “ti ammazzo” e si sia trovato bannato per tre giorni da Facebook. Ah una soluzione interessante volendo c’è: rendere le armi globalmente meno accessibili, soprattutto i fucili militari.