Storie italiane

SolidWorld, la stampa 3D italiana a km 0 si apre al mondo

Roberto Rizzo, fondatore e amministratore delegato del gruppo SolidWorld.
Roberto Rizzo, fondatore e amministratore delegato del gruppo SolidWorld. 
Il gruppo comprende 11 aziende ed è leader di mercato nelle tecnologie 3D per traghettare le aziende verso l’Industria 4.0 in modo sostenibile
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Poi dici il destino. “Il 6 luglio di 39 anni fa moriva mio padre e io davo l’ultimo esame universitario di ingegneria aeronautica. Lui avrebbe voluto che seguissi le sue orme nel settore pubblico, aveva paura della mia voglia di fare l’imprenditore. Il 6 luglio scorso è il giorno in cui ho quotato SolidWorld in Borsa, sul mercato Euronext Growth. Mi piace pensare che ora, ovunque si trovi, papà sia tranquillo”.

Roberto Rizzo ha più di un motivo di essere commosso, ripensando al cammino dell’azienda da lui fondata nel 2003 e oggi capogruppo di 11 società, leader in Italia e tra i principali in Europa nella filiera digitale 3D.

Bastino i numeri a certificarlo: 14 sedi operative, 3 poli tecnologici, oltre 150 dipendenti, un fatturato di 55 milioni di euro a fine 2021. Ma i numeri raccontano solo una parte della storia.

L’altra parte è la visione, che ha portato l’azienda a essere quello che è appoggiandosi a tre scommesse (“certezze”, dice Rizzo, beato lui).

Prima scommessa/certezza: “abbiamo sempre reinvestito tutto in tecnologie, perché senza leadership tecnologica non si va da nessuna parte”. Il risultato è, per esempio, che sono i primi al mondo a produrre, grazie alla collaborazione con l’Università di Pisa una stampante 3D che usa come materiali cellule, hydrogel, fattori di crescita e biopolimeri per realizzare “tessuti” che mimano la complessità e le funzioni dei tessuti umani. Le applicazioni sono vertiginose: pensate alla possibilità di ricostruire organi e tessuti da trapianto partendo dalle cellule del paziente stesso o da quelle di consanguinei, in modo da ridurre i tempi di ospedalizzazione (ed eliminando i tempi di attesa collegati all’individuazione di un donatore compatibile) e i rischi di rigetto.

Secondo: non concentrarsi solo sull’hardware e sul software, ma anche sui servizi, dall’assistenza tecnica alla formazione professionale (“ma pensiamo anche ai progettisti di domani, con campus gratuiti per insegnare l’uso degli strumenti 3D ai bambini”) alla consulenza per le attività di design, progettazione, produzione. Da qui l’apertura di 14 sedi in Italia “perché vogliamo essere vicini ai clienti, per aiutarli a costruire le fabbriche digitali nella transizione verso l’industria 4.0”. E i clienti apprezzano, se è vero che sono più di 8mila, tra cui i principali brand italiani e gruppi quotati come Leonardo.

“La quotazione ci serve per diventare internazionali, per avviare l’export di tecnologia e di macchine italiane, che potremo costruire acquisendo fabbriche, anche grazie ai capitali che speriamo arriveranno dal mercato”.

A proposito di capitali, i fondi del Pnrr rappresentano una grande opportunità, in che modo pensate di approfittarne?

“I nostri clienti investiranno tramite questi fondi investiranno nella transizione digitale per automatizzare la fabbrica secondo i dettami di Industry 4.0. Sotto questo punto di vista, con il nostro know how e le nostre tecnologie siamo ovviamente avvantaggiati”. 

Difficile però pensare a un momento peggiore per entrare sul mercato azionario. Perché lo avete fatto? “Per tre motivi. Il primo è migliorare lo standing: stante il livello di clientela che noi abbiamo l’essere quotati garantisce al nostro cliente una stabilità futura dell’azienda fornitrice di tecnologia. Mi spiego: se un’azienda oggi deve investire in tecnologia strategica ovvimamnente lo fa con un fornitore il più affidabile possibile. E niente è più affidabile che l’essere quotati in Borsa, i bilanci sono pubblici, c’è la massima trasparenza. Il secondo motivo è migliorare la capacità di attrazione verso i talenti, i migliori studenti e laureati nelle discipline scientifiche. Infine, la nostra quotazione sta andando bene, abbiamo raccolto capitale che ci servirà per investire e migliorare la nostra tecnologia”.

C’è poi la terza scommessa/certezza, più che mai attuale: aiutare il sistema produttivo a spostarsi sempre più verso una produzione e una progettazione sostenibili, basate sull’economia circolare, e soprattutto annullando gli sprechi di materie prime.

“Finita l’epoca dell’outsourcing e della globalizzazione” dice Rizzo con malcelata soddisfazione, “è il momento del reshoring e di un fai-da-te hi-tech a chilometro zero”.

La parola magica è additive manufacturing, una rivoluzione copernicana rispetto alle tradizionali (ma tradizionali davvero, parliamo di millenni di storia) tecniche “sottrattive” che prevedono l’asportazione del materiale da un unico pezzo con torni e frese. Per capirci, va in soffitta il Michelangelo che “vede” l’opera nel blocco di marmo, a favore di una tecnologia che permette di realizzare la stessa opera tramite un processo di stratificazione (di aggiunta) a partire da un modello digitali. Con il Michelangelo di oggi nelle vesti del designer che dice al programmatore come impostare l’algoritmo.

Ma c’è di più: tutte le soluzioni che il gruppo distribuisce e i materiali stessi utilizzati per le stampe sono sviluppati a partire dalla loro capacità di essere smaltiti o riutilizzati, creando il minor impatto possibile sull'ambiente.

E se è vero che, in base all'indice S&P Global PMI, abbiamo registrato il primo declino della produzione manifatturiera in 2 anni, dovuto tra le altre cose alla difficoltà di produrre per mancanza di materiale, ecco che la produzione “addittiva” assume tutto un altro senso anche in termini economici, oltre che ecologici, ammesso che oggi l’economia possa prescindere dall’ecologia.

“Nello sviluppare un prodotto nuovo, SolidWorld ne progetta la produzione in ottica circolare, valutandone non solo l’intero ciclo di vita ma anche lo smaltimento finale, sulla base di tre regole fondamentali che tutti i progettisti del gruppo devono rispettare: ridurre l’uso di materia prima; migliorare lo smaltimento; produrre a chilometro 0” conclude il fondatore.

Ma di chilometri, dal quel 6 luglio di 39 anni fa, Rizzo ne ha fatti tanti, fino a Piazza Affari. “Non mi fermo qui, tra 5 anni vogliamo essere il primo gruppo italiano (e ci auguriamo tra i più importanti in Europa) nella tecnologia della fabbrica digitale. Dobbiamo avere tutte le tecnologie presenti e future per consentire alle aziende manifatturiere italiane per essere competitive e avere le fabbriche il più automatizzate possibile”.