Istituzioni culturali e soluzioni innovative: il ruolo chiave dell'utente-visitatore

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Che la comunicazione digitale delle istituzioni culturali spesso non sia accompagnata "dalla presenza di una strategia apposita, da adeguate figure professionali e da investimenti a lungo-medio termine" - come riporta il XII rapporto Civita Next generation Culture - è noto a chi ha a cuore l’applicazione di linguaggi contemporanei e immersivi a realtà museali e industrie creative. La pandemia ha, come ormai è risaputo, accelerato il processo di rinnovamento in chiave digitale e favorito l’Integrazione tra elementi fisici e virtuali. Al centro di questa riformulazione, c’è il visitatore/utente: della sua reazione e delle sue preferenze dovrebbero tener conto le istituzioni culturali, ma ciò non sempre avviene.

Il rapporto Civita offre i dati ricavati da un'indagine condotta da Nemo - Network of European Museum Organisations - la quale rivela che il 70% dei 600 musei partecipanti al sondaggio, a seguito della pandemia, ha aumentato e creato nuovi servizi digitali per raggiungere il proprio pubblico e in una fase più recente fino al 93%, tra incremento dei social media, diffusione di materiali video e virtual tour. Tuttavia, quasi il 40 % dei musei ha risposto di non aver monitorato o di non essere a conoscenza dello sviluppo del numero di visitatori on line.

Questo dato rientra senz’altro in un quadro di mancata elaborazione di un piano strategico, in cui si investe poco - o soltanto a breve termine - sulle professionalità necessarie e sugli strumenti di controllo e pianificazione.

Il monitoraggio delle campagne digitali è uno dei punti di un questionario condotto dall'International Council of Museums, che punta a individuare i metodi e i primi trend: da questa analisi emerge che oltre l'80 % dei 354 musei italiani interpellati dichiarano di operare un monitoraggio, salvo poi riportare di "non avere dati a disposizione" per una valutazione più complessiva.  Il 45% dei musei ha inoltre rilasciato dichiarazioni molto generiche sui risultati, insinuando il dubbio che il monitoraggio a cui ci si riferisce sia quanto meno superficiale. Icom Italia, di contro, suggerisce 15 minuti al giorno per effettuare un monitoraggio di base dei canali social più diffusi e sul sito web e 45 minuti a settimana per un monitoraggio approfondito, sottolineando la rilevanza strategica di un dialogo continuativo con i propri utenti.

Per fare un esempio, l'alto numero di collegamenti da smartphone, dovrebbe indurre la necessità di ottimizzare tecnicamente la visione e la navigazione al piccolo formato. O ancora, non può essere non tenuto in alta considerazione il forte gradimento di foto e video, rispetto anche a strumenti blasonati come i virtual tour. Se le tendenze si delineano anche con Google trends, uno strumento gratuito in grado di misurare l'interesse del pubblico attraverso la frequenza di ricerca, sono le imprese innovative che forniscono alle organizzazioni culturali le soluzioni tecnologiche a poterle supportare in tal senso.

“Occorre tener conto delle metriche di monitoraggio per valutare l’efficacia di determinate tecnologie”, sottolinea Alfredo Valeri, Head of Research and Cultural Planner di Civita.  “Del resto, intelligenza artificiale, machine learning e tutti i media virtuali per natura raccolgono big data e forniscono analytics innanzitutto ai loro sviluppatori: sono i musei che spesso non pretendono questi dati in modalità costante e intelligibile, in grado di dimostrare l’efficacia delle applicazioni adottate, per eventualmente ricalibrarle o aiutare a fidelizzare il pubblico”.

Istituzioni culturali, industrie creative e musei possono infatti oggi godere di un ventaglio di soluzioni innovative messo a punto da un ecosistema di imprese giovani, nate nell'ultimo quinquennio talvolta come spin-off universitari: dal connubio arte/videogiochi, all’immersione nelle realtà virtuali e aumentate, dalla computer vision alla tecnologia indossabile. Ciò non significa di certo snaturare la propria identità, ma accorciare le distanze e declinare i nuovi linguaggi per abbracciare più generazioni. Che il museo sia uno spazio per vocazione incline alle istanze di natura sociale, non è certo una novità: era il 1917, quando John Cotton Dana, fondatore del Newark Museum in New Jersey, scrisse nel suo libro The New Museum: “Un buon museo attrae, intrattiene, crea curiosità, promuove l’apprendimento. (…) Il museo può aiutare le persone solo se queste lo utilizzano; lo utilizzeranno solo se lo conoscono e solo se l’attenzione all’interpretazione degli oggetti è posta in modo che le persone possano capirla”.