Blockchain, ma cosa diavolo è?

Blockchain, ma cosa diavolo è?
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"Ma cosa diavolo è?" Mi chiesi quando lessi per la prima volta il termine blockchain. Nessuno me lo sapeva dire e, così, intuii subito che si trattasse di qualcosa di interessante. Ma, altresì, di ostico. Son passati quasi dieci anni da allora e tutt’oggi incontro ogni giorno un buon numero di persone, prevalentemente esponenti del mondo della finanza classica o Cfo di piccole e medie imprese del nostro Paese, che ammettono senza problemi di conoscere poco o punto la materia.

Non c’è dubbio che la blockchain sia qualcosa di complesso dal punto di vista tecnologico e, altrettanto, visionario da quello concettuale. Ammettiamolo: coloro che, sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, intorno al 2008 si misero lì e dissero “diamoci dentro e inventiamo la blockchain” di immaginazione ne avevano parecchia. E, come ebbe modo di dire Albert Einstein, “imagination is more important than knowledge”.

In effetti, i nerd che inventarono la blockchain, erano certamente dei grandi visionari. Tuttavia, alla radice vi era un altro elemento senza il quale probabilmente la catena dei blocchi non sarebbe stata partorita: la cultura libertaria.

Se, al tempo della guerra fredda, gli Stati Uniti non avessero temuto l’Unione Sovietica di Stalin oggi la Silicon Valley non sarebbe ciò che è: ai tempi, infatti, il governo federale investì enormi somme nell’ex terra delle albicocche tra San Francisco e San José per farne uno dei centri tecnologici più importanti d’America e del mondo, con l’obiettivo di generare un significativo vantaggio competitivo sul fronte tecnologico a fini soprattutto militare. Furono le politiche governative a portare in quel posto ingegneri a migliaia e da essi, con tempo, nacquero decine e poi migliaia di imprese che hanno cambiato il mondo.

Negli anni Sessanta, nella Bay area, la cultura tecnologica di molti di quegli ingegneri arrivati da tutto il Paese cominciò a mischiarsi con un altro tipo di cultura. Una cultura umanistica: quella nata negli anni Cinquanta e passata alla storia come cultura beat. I romanzi di Jack Kerouac, le opere di Gregory Corso, William S. Burroughs, Allen Ginsberg e di Laurence Ferlinghetti, il jazz, le droghe e il misticismo orientale furono il detonatore per un nuovo sentire da parte della generazione post-guerra che voleva provare a vivere in maniera differente, cioè più libero, rispetto a quanto gli era stato insegnato.

Tutto questo prese corpo e dimensione negli anni Sessanta con il movimento hippy, la musica psichedelica, la rivoluzione sessuale: elementi di cui la cultura beat fu a tutti gli effetti la progenitrice. Gli abiti e il taglio di capelli erano diversi ma la generazione beat e quella hippy avevano in comune una cosa: il desiderio di poter vivere la propria vita al di fuori dei canoni prestabiliti (da qualcun altro).

Fu all’inizio degli anni Settanta che la filosofia hippy fece breccia in numerosi giovani ingegneri californiani, dando vita a vari esperimenti che portarono di lì a poco alla nascita dell’industria informatica. E se il primo personal computer nacque in Olivetti (non a caso impresa “evoluta” e sensibile alla cultura umanistica) fu in Silicon Valley, che ai tempi nessuno chiamava ancora così, che il concetto di computer personale divenne mainstream. Non a caso Steve Jobs disse che Apple era nata “all’incrocio tra cultura tecnologica e umanistica”.

Il primo figlio tecnologico della filosofia libertaria fu dunque l’informatica di massa: ognuno, e non solo le grandi corporation, deve poter avere uno strumento personale per vivere e lavorare meglio.  Il secondo nacque circa vent’anni dopo: internet. Nacque per esigenze militari (proprio come la Silicon Valley) ma divenne irresistibile perché avrebbe permesso a chiunque di accrescere i propri spazi di libertà: nessuno all’epoca poteva pensare che ci sarebbe piuttosto servito per cedere i nostri dati in cambio di post gratuiti di tramonti e piatti di pastasciutta, ma questo riguarda soprattutto il fatto che certe innovazioni nascono con sangue battagliero e col tempo “rientrano in società”.

Infine arrivò anche il terzo figlio, sempre frutto della cultura libertaria diventata nel frattempo cyberpunk e sempre più decisa a creare strumenti che possano permettere alle persone di non dover obbedire a regole prestabilite: la blockchain, che si può definire in tanti modi e da diversi angoli ma il cui elemento centrale, e potenzialmente rivoluzionario, è certamente quello della decentralizzazione: l’idea, non priva di elementi anarchici, che i cittadini possano vivere egregiamente “facendo da loro” ed evitando di dover sottostare a regole predefinite da imprese, banche centrali e dagli stessi stati.

Ora, tra le tante cose che gli esseri umani hanno immaginato negli ultimi duecentomila anni, il denaro è tra i più ragguardevoli, se non altro perché ha un impatto continuo con la vita di praticamente ogni essere umano. Non può dunque essere un caso che l’invenzione della blockchain sia avvenuta per reinventare il denaro. Di tutti i figli della cultura beat e hippy, la blockchain è quella che certamente possiede al suo interno il potenziale “disruptive” maggiore. Da questo punto di vista sarà interessante assistere a come l’establishment, come si diceva un tempo, saprà servirsene nei prossimi anni e decenni, per cambiare tutto affinché nulla cambi. O cambierà davvero qualcosa?

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