La blockchain spiegata a mia nonna

La blockchain spiegata a mia nonna
Che cos'è, come funziona, cosa significa: proviamo a fare chiarezza
3 minuti di lettura

Bello il tuo post sulla blockchain, mi ha scritto qualcuno. Interessante la storia del pensiero libertario che c’è alla sua radice, mi hanno telefonato altri. Ma alla fine cosa esattamente sia non l’abbiamo ancora capito, hanno affermato tutti. Però puoi ancora rimediare, hanno aggiunto.

Anzitutto, ci sono tanti modi per definire e spiegare questa tecnologia così difficile da comprendere e allo stesso tempo già così presente nella vita di centinaia di milioni di persone.

Uno dei miei preferiti è questo: immagina la blockchain come una infinita serie decentralizzata di atti notarili pubblici, immutabili e in cui non vi è bisogno di alcun notaio; il suo compito lo svolge il software, nella fattispecie il protocollo su cui si basa ogni blockchain. Chi lo scrive determina le regole: quando esse sono rispettate, in automatico e senza chiedere il permesso a nessuno, l’operazione, qualunque essa sia purché prevista dal protocollo è compiuta. Questa infinita serie di atti notarili senza bisogno di notaio è, all’atto pratico, un libro mastro, un registro totalmente aperto, senza segreti. Proprio perché decentralizzato, non si basa sul concetto di fiducia, implicito in ogni attività della nostra vita che presupponga in qualche modo un ruolo centralizzato. Quando andiamo dal notaio per un atto, ad esempio di compravendita immobiliare o per fondare un’azienda, lo facciamo perché abbiamo fiducia che il professionista rappresenti la legge e abbia fatto tutte le verifiche al riguardo della nostra operazione. Se ci facciamo pagare in euro le nostre fatture o i nostri stipendi è perché abbiamo fiducia nella banca centrale che emette quegli euro e certifica che non sono falsi, e così via.

Nel modo decentralizzato di vedere la vita non ci sono notai o banche centrali.

Gli atti che si svolgono sulle blockchain, se rispettano le regole predefinite dal relativo protocollo, sono pubblicamente registrati dalla rete di computer attiva sulle medesime in qualità di validatori: in altre parole, è o non è, non c’è bisogno di avere fiducia in nessuna terza parte, non c’è bisogno di soggetti centralizzato che diano il permesso o vietino una determinata operazione.

La blockchain, un libro mastro sotto forma di database, si chiama così perché è una catena (infinita) di blocchi. Ogni voce di quel database è un blocco: un file che contiene al suo interno le informazioni relative ad una determinata transazione.. Nella blockchain i blocchi si possono solo aggiungere e ogni nuovo blocco contiene gli elementi essenziali di quello precedente, che potremmo definire come una specie di impronta digitale (la terminologia tecnica è hash). Se qualche male intenzionato prova a modificare quell’impronta digitale viene immediatamente scoperto dalla rete dei validatori e “buttato fuori”. Ogni blocco è collegato a quelli che l’hanno preceduto attraverso la tecnologia crittografica basata su sistemi matematici evoluti e complessi (estremamente complessi). Di fatto il blocco 2 contiene gli elementi chiave del blocco 1 che, a quel punto, di fatto non si può più modificare: chi in teoria lo volesse fare abbiamo visto qua sopra che fine farebbe. In questo senso la blockchain è come un’autostrada: si può solo andare avanti ed è impossibile tornare indietro - a modificare qualcosa che è già stato validato dalla rete dei validatori.

Ma chi sono i validatori e perché lo fanno?

Essendo nativamente decentralizzata, la blockchain permette a chiunque di parteciparvi. Chiunque può fare una copia sul proprio computer e da lì operarvi, diventando un nodo, ovvero un punto della catena di blocchi in cui una determinata informazione può essere ricevuta, trasmessa o creata. Quelli che vogliono aggiungere informazioni, o blocchi, sono chiamati validatori e sono gli attori protagonisti degli algoritmi di consenso su cui si basa ogni blockchain. Per partecipare ai meccanismi di consenso ed essere dunque validatori bisogna mettere a disposizione della blockchain delle risorse computazionali, come sulla blockchain Bitcoin, diventando dei miners, ovvero soggetti che con i propri computer risolvono complicati problemi matematici necessari per validare un blocco, e in cambio ricevono bitcoin. Questo meccanismo è il famoso PoW, Proof of work.

Su altre blockchain si diventa validatori mettendo a disposizione della medesima delle importati quantità della valuta nativa della stessa, ciò che si chiama PoS, Proof of Stake, da cui staking. In pratica tutto si svolge sulla base di una accorta politica di incentivi condivisi: se vuoi essere validatore devi mettere a disposizione della blockchain una importante quantità di valuta nativa della blockchain stessa e, se ti comporti male, le regole predefinite faranno automaticamente in modo che queste tue valute ti siano sottratte. Al contrario, se tutto filerà liscio, otterrai una ricompensa per l’opera svolta a sostegno della blockchain, sempre sotto forma della valuta della medesima. Ecco perché lo staking sta diventando un eccellente modo per “far lavorare le tue crypto”, come diciamo noi ad Anubi Digital.

La natura “trustless” (senza bisogno di avere fiducia in un soggetto centrale) delle moderne blockchain ha poi permesso lo sviluppo dei cosiddetti smart contract: contratti come quelli scritti e firmati su carta, ma fatti on-chain e diventati la base di praticamente tutto ciò che avviene su blockchain come Ethereum. Questi contratti sono in effetti parti di codice informatico che pre-definiscono in modo non modificabile una serie di regole relative ad un determinato progetto: chi ne vuol far parte non deve far altro che accettarle ed automaticamente, senza bisogno di terze parti che forniscano consenso, è parte del progetto. Due persone che non si conoscono, ad esempio, possono eseguire un accordo senza che nessuno abbia niente da ridire: fanno tutto le regole dello smart contract.

Sulle blockchain ci sarebbero molte altre cose da dire e libri da scrivere, e ne sono già stati scritti molti. Per oggi, tuttavia, è sufficiente ricordare che rappresenta una rivoluzione nell’approccio alla vita, dove le autorità centrali lasciano il passo a regole condivise e non negoziabili.  E dove l’efficienza complessiva del sistema è assai maggiore rispetto a quello centralizzato, ragione per cui, parafrasando ciò che Marc Andressen disse nel 2011 a proposito del software, “blockchain is eating the world”.

 

 

 

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