Quando una nuova tecnologia abilita nuovi modelli di business

Quando una nuova tecnologia abilita nuovi modelli di business
(reuters)
3 minuti di lettura

Nel post precedente, abbiamo provato a capire cosa sia veramente un Nft e abbiamo scoperto che non è una scimmia annoiata ma la riga di codice che ne determina la sua unicità e, di conseguenza, il suo potenziale valore.

Questa unicità può essere determinata da chi crea l’Nft sotto forma di pezzo unico, come ad esempio un quadro, oppure in modalità Limited Edition, come le serigrafie di Andy Warhol, disponibili in serie numerate. Ciò che era semplice e naturale nel mondo pre-digitale, è diventato complicato da gestire con l’avvento della rete, dove una immagine artistica o una canzone possono essere, in quanto file, potenzialmente copiati all’infinito. Finché, appunto, non è arrivata la blockchain e, recentemente, hanno fatto la comparsa - e subito dopo il boom, e adesso un po’ lo boom -  i non-fungibile token.

Un quarto di secolo fa internet rese obsoleti in un batter d’occhio numerosi modelli di business  fino ad allora di estremo successo. Uno su tutti: la vendita di opere musicali sotto forma di copie fisiche. Esplose la pirateria, l’industria discografica, e più in generale quella musicale, dovette re-inventarsi per non sparire e, in pochi anni, nacque il download e poi lo streaming e tutto cambiò. Poi toccò alla produzione di film, che divenne poco alla volta soprattutto produzione di serie tv, e cambiò anche la tv, diventando smart e tutto si è trasformato in un servizio in abbonamento.

Raramente, però, i creatori, gli artisti, hanno avuto la possibilità di ripensare in concreto il loro ruolo e anche, almeno in parte, il loro modello di business.

Gli Nft vanno oltre, e lo consentono. Certificano l’unicità ma permettono anche ai creatori di determinare regole come, ad esempio, la creazione di un numero determinato di copie e la modalità di successiva rivendita, con guadagno per il creatore. Questa cosa è determinante per gli artisti: un vero e proprio cambio di paradigma.

Fino ad oggi un pittore guadagnava quando riusciva, poniamo, a vendermi un suo quadro. Se poi dopo un anno decidevo di rivenderlo a qualcuno, per dire, ad un prezzo doppio, tutto il guadagno sarebbe rimasto a me e il pittore restava a bocca asciutta. Con gli Nft gli artisti possono decidere (loro, e nessun altro) di avere un compenso ogniqualvolta un loro Nft viene rivenduto. In pratica, è la base per il completo ripensamento dell’industria creativa e dei suoi modelli di business.

Cosa ancora più importante: impone agli artisti di capire un po’ di tecnologia, e soprattutto di economia. Non a caso, il perfido Brian Eno ha sostenuto di recente che “con gli Nft ogni artista può diventare anche uno stronzetto capitalista”.

Oppure, e questa è la mia visione ottimista, dipendere sempre meno da anelli della catena del valore che nell’era pre-digitale e pre-blockchain erano in qualche modo indispensabili, come le case discografiche, gli agenti, i galleristi, etc.

Ciò che mi pare evidente, tuttavia, è che il modello dell’artista solo che dipinge il suo quadro o scrive la sua musica sarà, direi necessariamente, soppiantato da team multidisciplinari, vere e proprio startup artistiche: qualcuno produce l’oggetto artistico vero e proprio, qualcun altro crea l’Nft scrivendo il codice, altri determinano le regole economiche con cui sarà promosso, distribuito e, in futuro, eventualmente rivenduto, determinando al contempo le regole di ritorno economico per tutto il team. Ad esempio: in caso di futura rivendita, al team spetterà ogni volta l’X% del prezzo che il mercato determinerà.

Gli artisti dovranno saperne, almeno un po’, di informatica e di economia, i nerd annuseranno l’arte, e così via. Sempre meno compartimenti stagni, sempre più interazione tra mondi diversi, con la possibilità che si sviluppino modelli sempre nuovi.

Ci sono Nft le cui regole prevedono che i futuri possessori possano godere di determinati vantaggi, come ad esempio la possibilità di incontrare l’artista in taluni eventi riservati. Ma ci sono già party esclusivi dove gli organizzatori, per rendere i medesimi ancora più desiderabili, decidono che entra solo chi possiede determinati Nft o, addirittura, che il biglietto d’ingresso sia proprio un Nft: se vuoi entrare deve cedere a chi organizza quel party un determinato Nft.

E poi c’è la nuova frontiera del “physical to digital”, già molto in voga nel mondo della moda e del lusso: di un gioiello, o di un determinato capo di abbigliamento, viene creata anche la rappresentazione digitale, un Nft appunto, ed entrambi vengono accuratamente custoditi in attesa di una eventuale futura rivendita: la versione fisica magari in un caveau in banca, l’Nft su piattaforme di custodia di digital asset.

La versione digitale, nel frattempo, può essere utilizzata nel metaverso: il tuo avatar può indossare quel gioiello o quel capo firmato. Ma non solo: la startup londinese Mintouge ha inventato il modello “digital to physical”. A breve Mintouge selezionerà Nft di grande appeal e/o valore artistico, ne trae dei capi di abbigliamento rari e di forte appeal, ad esempio un giubbotto con stampato una scimmia annoiata, e lo venderà su canali specifici, retrocedendo una buona quota del ricavato al possessore, che si ritrova dunque una interessante quanto inaspettata rendita passiva.

E siamo solo all’inizio.

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