Cosa deve succedere ancora per la riforma digitale della comunicazione pubblica?

Il ministro Renato Brunetta 
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Cultura, competenze, policy, utilizzo al meglio delle enormi risorse previste per il digitale. Questo è ciò su cui dobbiamo concentrarci, dalle pubbliche amministrazioni (nazionali e locali) alle imprese, dai professionisti ed esperti del settore ai cittadini. Non sprecare le opportunità che arrivano dal PNRR, l’accelerazione impressa dalla pandemia, l’enorme riflettore che si è accesso sul digitale a 360 gradi. Recuperando quel tempo perduto (tanto) che ci ha fatto occupare posizioni non ottimali di classifica e dimostrando di aver capito la lezione dell’ultimo anno e mezzo.

Ci è voluta una pandemia, purtroppo, per rendere centrali e d’attualità (da prima pagina e non da trafiletto) tematiche, per citarne solo alcune, come il corretto utilizzo delle piattaforme digitali, la semplificazione e la maggiore diffusione dei servizi digitali, lo smart working, l’utilizzo di social network e chat per la comunicazione pubblica e il rapporto diretto con il cittadino, la necessità di competenze e professionalità dedicate, la fondamentale importanza di un ampio e costante investimento sulla cultura digitale. Ora mi chiedo: cos’altro deve succedere per rendere tutto ciò la normalità? Cos’altro deve succedere per far sì che questa opportunità non sia sprecata restando una risposta emergenziale? Cos’altro deve succedere per convincere Governo e Parlamento che questa è una svolta non più rimandabile?

Sono domande che purtroppo dobbiamo continuare a porci perché ad oggi, nonostante tutto, l’Italia è un Paese che non dà un riconoscimento chiaro e formale alle professionalità della comunicazione e informazione digitale (pensiamo al più famoso, il social media manager, ma ce ne sono molte altre) e non prevede un’organizzazione del lavoro al passo con i tempi.

È un Paese che nonostante tutto quello che abbiamo visto nell’ultimo anno e mezzo continua a non prevedere nelle selezioni pubbliche importanti figure professionali come comunicatori, giornalisti, social media manager (ne è un esempio il recente concorso pubblico per selezionare 500 figure per la gestione del PNRR, di cui fanno parte profili economico, giuridico, informatico, statistico-matematico, ingegneristico, ingegneristico gestionale)…L’esperto in comunicazione e informazione digitale, tanto richiesto e poco riconosciuto, non esiste ad oggi formalmente nella Pubblica amministrazione, ma anche se ci spostiamo nel privato o nel mondo delle utilities, a livello di riconoscimento professionale non è che la situazione sia poi così diversa. Esistono modi molto creativi in tutto il Paese per affidarsi ad una figura esperta del settore, ma non un percorso chiaro e riconosciuto.

Continuiamo a fare riferimento ad una legge del 2000 (la famosa – per gli addetti ai lavori – 150), direi “un mondo fa”. Basterebbe questo per capire che non può più essere adeguata, che si riferisce a qualcosa che non esiste più, che ha bisogno di un aggiornamento per il quale siamo fin troppo in ritardo. Già prima della pandemia tempi, strumenti, linguaggi, organizzazione del lavoro erano rivoluzionati, oggi lo sono ancora di più e anche i più scettici o distratti hanno avuto una conferma nel corso dell’emergenza. E’ prima di tutto una rivoluzione culturale e per questo più difficile e più lunga, non possiamo però perdere altro tempo e rimandare un futuro che è già qui da anni. E’ ora di affrontare l’era matura della comunicazione e informazione digitale e direi l’era matura del digitale a 360 gradi. Conoscendone opportunità e storture, governando e accompagnando il cambiamento, promuovendo buone pratiche e un grande piano per la cultura digitale.

Fortunatamente, grazie al lavoro di tanti straordinari professionisti in tutta Italia, non siamo stati fermi in questi anni e siamo ricchi di belle esperienze, dobbiamo rendere tutto ciò “sistema”, normalità. Torno all’inizio: cultura, competenze, policy. Dobbiamo fare ancora molto, ma una svolta rapida su percorsi su cui stiamo accumulando ritardo è necessaria: 1) approviamo la riforma della comunicazione pubblica in senso digitale, il lavoro è stato fatto in questi anni con la partecipazione di tutte le principali realtà della PA, del giornalismo, della comunicazione (qui per approfondire https://www.pasocial.info/legge-151/), è pronto e condiviso, va solo portato a termine. Così diamo riconoscimento a professionisti che hanno un ruolo centrale nel nuovo rapporto tra PA e cittadini (un universo globale stimabile in circa 20.000 persone secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sulla comunicazione digitale di PA Social e Istituto Piepoli. A fronte, sempre con i dati dell’Osservatorio, di uno scenario in cui l’80% dei cittadini chiede di avere a disposizione comunicazione, informazioni, servizi sulle piattaforme digitali, social e chat) e cambiamo modelli organizzativi a compartimenti stagni che appartengono ad un altro mondo e non sono più in grado di rispondere alle necessità attuali; 2) confrontiamoci, mettiamo al tavolo pubblico e privato, università, stakeholder e scriviamo insieme le policy sul mondo del digitale. L’approccio di demonizzazione delle piattaforme (che sono strumenti, ricordiamocelo sempre, conta come li utilizziamo e con quale cultura e conoscenza li affrontiamo.

Come è successo in passato con i giornali, la radio, la tv, i siti web) non porta da nessuna parte, lavoriamo sulla regolamentazione e sul creare le migliori condizioni per far emergere l’utilizzo positivo e di qualità. Con la neonata Fondazione Italia Digitale lavoreremo anche su questo, perché è il momento di dare tutti un contributo in più per rendere compiuta e utile la rivoluzione in corso ormai da anni; 3) il digitale è decisivo se migliora il quotidiano, se semplifica la vita di tutti i giorni. Dobbiamo portare il digitale nei luoghi della normalità, rendere l’identità digitale, le app, le piattaforme di comunicazione digitale un qualcosa di familiare anche nel rapporto quotidiano tra PA, imprese, cittadini. Non può essere un qualcosa solo da esperti o addetti ai lavori. “Stare dove sono i cittadini” è sempre stato il nostro motto con l’Associazione PA Social, credo che ancora oggi sia di grande attualità. 4) apriamo, veramente e senza assurde battaglie “da orticello”, le professioni tradizionali (dal giornalista al comunicatore) e i percorsi collegati fin dalle università, alle professionalità digitali. Apriamo porte e finestre ad esempio dell’Ordine dei Giornalisti, l’attività digitale è oggi centrale nel pubblico e nel privato, va riconosciuta al pari delle altre, senza se e senza ma; 5) utilizziamo e non sprechiamo l’occasione storica del PNRR per un grande piano di cultura digitale a 360 gradi e per far sì che all’interno del nostro settore pubblico si operi con un “pensiero digitale” e con un approccio sempre più orientato al cittadino.

Sono riforme e cambiamenti che non riguardano solo alcune categorie professionali, ma i cittadini, perché significano comunicazione, informazione, servizi, dialogo e interazione quotidiana di qualità. Purtroppo ci è voluta una pandemia per recuperare un po' di terreno perduto, abbiamo un’opportunità da non perdere, sarebbe davvero incomprensibile sprecarla.