Orietta Berti e il nuovo ordine mondiale: appunti sull'omologazione

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Da sempre l’omologazione è un problema che la società si pone quando riflette su se stessa, e oggi che gli specchi riflettenti dei media si sono moltiplicati e diversificati il quesito si fa ancora più interessante.

Negli anni ‘50 Merton parlava di "comportamento omofilico" quando venivano scelti temi e prodotti già selezionati, potremmo dire quasi “filtrati” da altri con i quali si condividono il pensiero, la politica, il gusto più per il piacere di esser loro simile che per vera convinzione. Certamente si trattava di una società, almeno all’apparenza, più compatta e coesa, eppure anche oggi quel principio ben delineato dal grande sociologo pare essere in voga più che mai. Infatti, i social media, pensiamo solo al meccanismo degli influencer, si basano profondamente sulla dinamica dell’omologazione. Tuttavia, non si possono non notare alcuni cambiamenti che potrebbero perfino farci ripensare al concetto stesso di omologazione. 

La questione mi interessa soprattutto dal punto di vista dell’informazione e dei consumi culturali: sono certamente finiti i tempi nei quali i canali televisivi e i quotidiani fornivano una visione del mondo quasi monolitica, pur nelle innumerevoli differenze di opinioni espresse. A oggi, quando per esempio, parlo di patchwork mediale mi riferisco alla possibilità che i media ci offrono di costruirci una rappresentazione di noi stessi e del nostro mondo molto più personalizzabile. Immaginiamo di mettere a confronto un patchwork e un puzzle: il primo più disordinato ed eterogeno, il secondo più rigoroso e rigido. Certamente il primo più adatto a descrivere il nostro modo contemporaneo di acculturarci e informarci, il secondo più affine a un a modo precostituito ed eterodiretto di costruire la propria visione del mondo. Tuttavia, pensare che avere a nostra disposizione una pletora pressochè infinita di fonti informative e prodotti culturali ci metta al riparo dal pericolo, o quantomeno dalla tensione verso l’omologazione sarebbe ingenuo. Innanzitutto, perché il mainstream ha ancora una grande presa presso ampie fasce di popolazione e anche i social (pensate ai meme) pescano a piene mani nella produzione culturale per il grandissimo pubblico facendola a pezzi e ricombinandola per le nicchie di follower. E d’altra parte, anche i più oscuri processi di controinformazione - pensiamo all’esempio estremo del complottismo di QAnon e la sua lotta contro il fantomatico "nuovo ordine mondiale", funzionano in modo analogo. Infatti, aggregano attorno a loro persone alla ricerca di una propria identità collettiva e definiscono un gruppo al quale, in ultima analisi, ci si omologa in modo pressoché acritico. 

Mi sembra dunque irrealistico pensare che la molteplicità dei media e dei format ci abbia messo al riparo dall’omologazione. Un’altra recentissima operazione che illustra molto bene come il processo di ibridazione dei media e degli immaginari renda molto più complicato capire dove finisca il mainstream e dove inizi il no mainstram è rappresentata dalla hit  che vede protagonisti Fedez, Achille Lauro e Orietta Berti. Chi saprebbe individuare tra i tre chi è davvero mainstream e chi underground? Certamente sono tutti e tre ampiamente e saldamente inseriti nel calderone della cultura pop, ma se dovessi scegliere direi che il meno mainstrem di tutti è proprio Orietta Berti. In questo fenomenale gioco di specchi dove non si capisce chi stia contaminando chi, mi pare però di vedere l’impronta dell’omofilia nel senso in cui ne parlava Merton. Cerchiamo disperatamente di trovare similitudini, cerchiamo la normalizzazione, e forse l’omologazione?

La verità è che non basta un buon patchwork, una buona coperta informativa e culturale per ammantarci di originalità e innovazione: è un processo che costa molto più caro di così. Nondimeno non dobbiamo smettere di osare il cambiamento, e cercare nuove strade come dice il meraviglioso Robin Williams ne L’attimo Fuggente.

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