Commentatori seriali e dis-umanità: è l'effetto del tecno-mediato?

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Social network e giornali hanno pubblicato e divulgato le immagini di un ragazzo ubriaco alle prese con una arrampicata improvvisata sulla facciata di un palazzo a Napoli. Il giovane poco stabile cade e nell'impatto con il suolo si rompe le gambe. Che un ragazzo ubriaco provi a cimentarsi in qualche folle "impresa", soprattutto se si trova in un contesto fuori dal suo ordinario, con un pubblico che lo incita a compiere una determinata azione e filma le sue eroiche gesta, non mi sembra in realtà particolarmente eclatante.

Sappiamo perfettamente che abuso di alcol e all'influenza del contesto possono portare una persona anche a spingersi oltre i suoi limiti, senza avere la percezione reale dei rischi e delle conseguenze a cui andrà incontro. Di ragazzi ubriachi che finiscono in ospedale ce ne sono troppi, anche se i giornali non ne parlano. E quando i giornali non ne parlano sembra che il problema non esista, ma l'alcol fa molti più danni delle challenge o sfide social. I commenti che ho letto sotto i vari post in cui erano state pubblicate le immagini del ragazzo mi hanno fatto molto riflettere. Ovviamente i presenti hanno inviato immediatamente i video realizzati a canali e pagine, con migliaia di follower, che riportano i lati peggiori dell'essere più o meno umano. Pensate che l'ambulanza non riusciva a passare perché la folla non poteva perdere il proprio posto in prima fila e doveva godersi lo spettacolo.

Tutti fermi lì per non perdere un attimo della scena, per filmare e avere quell'attimo di popolarità sul web e poter dire: "ho mandato io quel filmato", "l'ho fatto io", "hanno pubblicato il mio filmato". E nel mentre, una persona è stesa a terra con le gambe rotte in attesa di soccorsi. Il dolore è spettacolo, la sofferenza è spettacolo. Si ottengono tante visualizzazioni con questi video perché le persone devono soddisfare le proprie curiosità.

Molti commenti ironizzavano su una potenziale morte, battute su battute sul fatto che si fosse rotto le gambe o che non fosse morto vista la sua imbecillità. Una freddezza disarmante nel parlare di una vita, di una persona che, per quanto non vincerà il premio intelligenza dell'anno, è pur sempre una persona che ha rischiato di morire. Si guarda l'azione e non la persona. Si pubblica spinti da un automatismo quasi compulsivo, senza pensare prima di fare: prima si fa e poi si pensa. Dove non c'è pensiero, ci sono azioni non ragionate e acting out.  

Questo bisogno costante e continuativo di commentare video e foto online e questo vivere la vita filtrata da uno schermo sta facilitando un processo di deumanizzazione dell'altro: siamo ormai abituati a "descrivere la scena" come se stessimo guardando un'immagine, come se stessimo parlando di oggetti e non di persone, e lo facciamo anche nella realtà, come se fossimo sempre davanti al nostro schermo. Il problema è che i più giovani crescono in questo contesto e imparano a relazionarsi con gli altri nella stessa modalità che utilizzano con lo smartphone, perché oggi è tutto tecno-mediato, comprese le relazioni e i sentimenti. La tecno-interposizione guida il nostro modo di vivere, anche se non ce ne accorgiamo. È modo, moda e modello.