Il Post, Wired e i titoli che non sappiamo più fare

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Il sito dell'edizione italiana di Wired ieri è uscito senza titoli. Ogni articolo era introdotto dalla frase. "Questo articolo è senza titolo". La scelta, ha spiegato il direttore, puntava a evidenziare il fatto che i titoli, soprattutto sul web, sono spesso esagerati, semplicistici e quindi tendenziosi. Non è un problema solo italiano sebbene il giornalismo digitale nostrano non brilli da questo punto di vista. Qualche giorno, su Instagram, fa il vicedirettore del Post, che è un grande conoscitore delle cose americane, ha raccontato che negli Stati Uniti per colpa dei media il dibattito politico è così polarizzato, divisivo si sarebbe detto da noi, che l'unica speranza di far approvare una legge è di passare inosservati. In pratica se i giornalisti non parlano di una proposta, è più facile ragionare, trovare un compromesso e approvarla senza che nessuno passi per traditore o eversore. E' chiaramente una sconfitta non solo per il giornalismo ma per la democrazia perché vuol dire che per fare le riforme occorre dare meno informazioni, sottraendo il giornalismo al suo ruolo principale che è di contribuire ad avere una opinione pubblica informata controllando chi governa. 

Come già per le fake news, il tema non nasce con il digitale: di titoli esagerati e faziosi sono piene le collezioni di quotidiani, radio e tv. Ma con il web la situazione è indubbiamente peggiorata. Il motivo è evidente: il titolo "virale" o "acchiappa-clic" è una tentazione difficile da combattere eppure, come vedremo, è indispensabile farlo. Il fatto è che con il digitale e la crisi dell'editoria i giornalisti si sentono sempre meno importanti (ce lo ricordano ogni mese i cali di diffusione e di audience) e per recuperare la centralità perduta tendono a fare titoli definitivi, assoluti, capziosi; spesso falsi. Perché la realtà è invece quasi sempre liquida, in movimento, complessa. La realtà è fatta di sfumature, di "abbastanza", di "quasi", di "forse". La ricerca della verità poi è un processo di avvicinamento che pretende di avere dubbi, non è un atto di fede. I titoli che facciamo invece sono privi di sfumature. Non è una questione estetica, ma di sostanza. 

Il problema secondo me nasce dal fatto che la maggior parte delle testate editoriali non ha ancora scelto chiaramente un modello "pay", di contenuti a pagamento, ma, accanto agli abbonamenti, continua a perseguire un modello pubblicitario basato sul traffico, sul numero di utenti. Sui clic, da acchiappare. I giornali insomma cercano di competere nell'arena dei social network ma così ne assumono il linguaggio e i meccanismi snaturando sé stessi quando invece potrebbero provare a costruire un rapporto di lungo periodo con utenti in cerca di informazioni di qualità. Si tratta di un processo che richiede tempo e pazienza, ma di tempo ce n'è poco e di pazienza gli editori non ne hanno. 

Qualche giorno fa il Reuters Institute ha detto che per gli utenti delle rete TikTok sta diventando una fonte di informazione sempre più importante. E' giusto per i giornalisti stare sui social e su TikTok ma senza diventare come TikTok. Senza perdere i dubbi, le incertezze, le mezze misure, le sfumature. Che sono il senso della vita. Altrimenti forse faremo qualche video virale ma perderemo gli ultimi lettori.