L'importanza di chiamarsi Linux

Linus Torvalds, l'inventore di Linux 
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Trent'anni fa esatti andava online la prima versione, la 0.01, di Linux. L’aveva creata uno studente finlandese che ai tempi aveva 21 anni appena.

Qualche giorno prima, il 25 agosto, in un newsgroup (un gruppo di discussione online) aveva mandato una storica email per dire che da aprile stava lavorando a un nuovo sistema operativo e che intendeva fare un piccolo sondaggio per sapere cosa gli utenti avrebbero voluto vederci. Scrisse anche: “Non sarà una cosa grossa né professionale, è solo un hobby”, con una umiltà rara. Perché, trent’anni dopo, va detto, Linux è diventata proprio “una cosa grande e professionale”.

Ci sono diverse siti che riportano statistiche su quanto Linux sia presente in quello che facciamo tutti i giorni e sono tutte abbastanza impressionanti, anche perché di Linux non si parla quasi mai: non fa notizia. Ne cito alcune. La prima: Linux è il sistema operativo dei server del 96,5% del primo milione di siti nel mondo. Tradotto: novecentosessantacinquemila siti del primo milione usano Linux. Passiamo alla seconda statistica: circa l’80% degli smartphone ricorre, in qualche modo, a Linux. In qualche modo perché fra gli addetti ai lavori è in corso un dibattito per stabilire se Android, il sistema operativo mobile di Google, possa davvero definirsi basato sul kernel di Linux, o costruito sopra il kernel di Linux, o derivato dal kernel di Linux, o poeticamente, “il sogno di Linux realizzato”.

La terza e ultima statistica è la più impressionante: dal 2018 tutti i primi 500 supercomputer del mondo usano Linux, e su questo non ci sono discussioni. Perchè questo dominio assoluto è un tema interessante che ci dice molto sul senso vero di Linux e di quale impatto abbia avuto nelle nostre vite anche se non è nei nostri personal computer (la quota di mercato desktop è davvero piccola). In breve, fino a 20 anni fa la gran parte dei supercomputer usava Unix, ma Linux ha preso il sopravvento fondamentalmente perchè è open source: è un sistema aperto alla cui evoluzione partecipano decine di migliaia di persone con l’impegno di condividere tutti i progressi. Questo si rivela indispensabile nel caso dei supercomputer, che sono macchine molto potenti e con un altissimo grado di personalizzazione: con un sistema aperto tutte le modifiche diventano più facili, veloci ed economiche. 

Va aggiunto che in questi 30 anni non ci sono state solo vittorie e sono stati commessi errori (qui Antonio Dini fa una analisi da leggere). Ma non dovremmo dimenticare il punto fondamentale: un giorno uno studente di 21 anni per hobby, ma con una ambizione  notevole e una costanza incredibile, ha cambiato tutto e ha vinto perché ha cambiato paradigma: mentre tutti pensavano a monetizzare, lui ha scelto un sistema aperto, trasparente, collaborativo e gratuito. Pura utopia realizzata. 

Senza Linux vivremmo in un mondo diverso.

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