Il lavoro dopo la pandemia

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Sostiene il Financial Times che l’introduzione di robot nei posti di lavoro stia accelerando. E non sarebbe una brutta notizia. I lavoratori, è la tesi, hanno sempre temuto di essere sostituiti dai robot ma ora le cose sono cambiate: i robot sarebbero divenuti l’unica soluzione davanti alla mancanza di lavoratori disponibili in certi settori. Fra gli esempi ci sono alcuni lavori particolarmente noiosi in banca o lavori faticosi nei magazzini che vivono una impennata di domande dovuta all’esplosione dell’ecommerce con consegna in giornata. 

Questa tesi coincide con quanto il Washington Post scriveva all’inizio di settembre a proposito di “un mistero” che circonda il mercato del lavoro negli StatI Uniti: 10 milioni di posti di lavoro disponibili e 8,4 milioni di disoccupati. Come è possibile? Secondo il quotidiano di proprietà di Jeff Bezos, e quindi di uno dei maggiori responsabili della automazione del lavoro, dopo la pandemia sarebbe in corso un “Grande Riassestemento” del lavoro: “I lavoratori stanno cambiando priorità su dove vogliono lavorare e come. Per alcuni, è una scelta personale. La pandemia e tutte le ansie, i lockdown e il tempo trascorso a casa ci hanno cambiati. Adesso alcuni vogliono lavorare a distanza per sempre. Altri vogliono trascorrere più tempo in famiglia. Altri ancora vogliono percorsi di carriera più flessibili e sensati. E’ la mentalità “si vive una volta sola” potenziata. Nel frattempo le aziende stanno puntando sull’automazione e ridisegnando la catena produttiva e la sistemazione degli uffici”. 

Va detto che i due articoli si riferiscono a mercati del lavoro molto diversi dal nostro: mentre in Italia c’era il blocco dei licenziamenti, negli Stati Uniti c’era un picco di licenziamenti, con aiuti direttamente ai lavoratori che in molti hanno usato per aprire nuove aziende, mettersi in proprio. Ma faremmo un errore a sottovalutare le tendenze in atto: da un lato le aspettative dei lavoratori dopo la pandemia sono cambiate anche qui, dall’altro l’automazione di certi mestieri accelera inevitabilmente. Insomma la cosa da fare subito è investire in un grande piano di “reskilling” delle persone, consentire loro di avere competenze per impieghi diversi da quelli che faranno i robot, tipo spostare i pacchi nei magazzini; e dall’altro incoraggiare una flessibilità intelligente. Ancora qualche giorno fa un direttore di giornale parlava dello smart working come di un attentato all’ordine sociale. In che modo, esattamente, sto attentando all’ordine sociale mentre scrivo queste note dal treno che mi porta a Torino? 

Il futuro del lavoro di cui abbiamo parlato per anni è arrivato: possiamo fare finta di nulla per un po’ perché abbiamo un sistema sostanzialmente bloccato, ma se non faremo nulla, se non investiremo sulle persone, sulle loro competenze e su modalità di lavoro meno borboniche, si aprirà un problema enorme. Allora sarà stata la nostra ottusità, non lo smart working, ad attentare all’ordine sociale.

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