Con un'intelligenza artificiale è stata completata la decima sinfonia di Beethoven

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Pare che prima di morire Ludwig Van Beethoven abbia detto: “Sentirò in Paradiso” riferendosi alla sordità che lo affliggeva. Sarebbe bello se il grande compositore potesse ascoltare domani l'esecuzione, da parte dell’orchestra che porta il suo nome, della “sua” decima sinfonia, quella su cui lavorò tre anni, quella che non riuscì a completare a causa delle cattive condizioni di salute. Lasciò però tanti appunti, fatti di note e considerazioni, movimenti accennati o già sviluppati.

Un materiale su cui gli appassionati di musica si confrontano da sempre con il rimpianto di non poter ascoltare l’ultima sinfonia del maestro. Come sarebbe potuta essere? Per rispondere da un paio di anni è partito un progetto che ha visto lavorare assieme musicologi e informatici: obiettivo, consentire ad una intelligenza artificiale di completare la decima sinfonia. Come se Beethoven fosse ancora qui. L’abbiamo già vista la capacità di una intelligenza artificiale di produrre musica e anche di farlo nello stile di un certo musicista, e anche con la voce di un cantante ormai deceduto. 

Tutte cose interessanti dal punto di vista informatico, ma di solito scadenti da quello artistico. Ora però arriva la sinfonia più attesa, l’Incompiuta: come sarà? Va detto che per far sì che il computer potesse completarla c’è stato un grande lavoro umano al punto che dire che una intelligenza artificiale ha scritto una sinfonia appare una forzatura: le macchine non elaborano da sole ma in base a regole e a dati che forniamo loro. Lo stile di Beethoven, le sue opere, l’evoluzione: sono tutti elementi che sono stati trasformati in dati e passati all’algoritmo. Il primo risultato non è stato incoraggiante, ma adesso i promotori dicono che ci siamo. Nei pochi secondi che circolano in rete sembra di ascoltare Beethoven. Ma non è Beethoven, questo lo sappiamo. C’è il suo stile inconfondibile ma manca qualcosa: quello che avrebbe aggiunto ispirandosi al mondo in cui viveva o anche ad un dettaglio personale. Manca l’anima insomma. La differenza fra noi e le macchine è un respiro.