Zuckerberg e il rischio di farci diventare come Putin

 Zuckerberg e il rischio di farci diventare come Putin
(reuters)
Ora sui social si può inneggiare alla morte dei soldati russi
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Insomma, su Facebook e Instagram possiamo inneggiare alla morte. La morte di Putin e quella dei soldati russi impegnati nell’invasione dell'Ucraina.  Lo dice un documento interno di Meta, la società capo del gruppo di Mark Zuckerberg: "Temporaneamente si potrà fare”. E non si può non avvertire un senso di vertigine. Uno spaesamento. Devi morire, come quando un giocatore della squadra avversaria finisce a terra in uno scontro, e lo stadio lo urla in coro “devi morire”, secondo un macabro ma innocuo copione teatrale. Ma non siamo in uno stadio, questa non è un gioco è una guerra.

Uno dei possibili effetti della violenza è di farci diventare violenti, come l'intolleranza può farci diventare intolleranti. Non sono qui a fare filosofia spicciola ma il rischio in casi come questi è quello di diventare come i nostri avversari. Perdere i principi in cui crediamo, e quindi noi stessi. Quando si fermano i corsi universitari su Dostoevskij o quando si vieta ad atleti paralimpici di partecipare ad una gara che attendono da anni, c’è qualcosa che va oltre la solidarietà con l'Ucraina e il desiderio di portare aiuto anche punendo gli invasori.

Così come quando la Commissione europea proibisce la diffusione dei contenuti dei media russi in Europa e chiede a Google di renderli invisibili nelle ricerche. Io invece credo che dovremmo sapere cosa pensano al Cremlino e cosa leggono in Russia. Non avere paura delle parole. Non smettere di provare a capire. Siamo ancora una società aperta, liberale, democratica che non deve avere paura della propaganda avversaria perché sappiamo, appunto, che è propaganda. In questi giorni stiamo assistendo ad autentici eroismi e a infiniti gesti di solidarietà. Restiamo noi stessi, per combattere Putin non diventiamo come Putin.