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Twitter, Musk e la posta in gioco

Twitter, Musk e la posta in gioco
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Immagino che già sappiate che Elon Musk ha presentato un'offerta per prendersi il 100% di Twitter. Non è detto che vada in porto, perché 39 miliardi di dollari da pagare agli attuali azionisti sono tanti anche per l’uomo più ricco del mondo: Musk ha un patrimonio di oltre 200 miliardi, ma in gran parte investito in altre azioni, in particolare la sua Tesla.

Inoltre, nella lettera in cui informa l’intenzione di comprarsi tutta Twitter, dopo averne comprato il 9,2% un mese fa, Musk ha dichiarato di non volerlo fare mettendo soldi di tasca propria, ma tramite un finanziamento bancario. Che però non è facilissimo neanche per lui a questi livelli e per una ragione fondamentale: nonostante la sua eccezionale rilevanza come fonte di informazione sui fatti del mondo, Twitter non produce utili, o ne produce pochissimi. Non ha mai trovato un modello di business: le banche dovrebbero finanziare l’acquisizione di una azienda che non fa profitti. Non facilissimo.

Anche perché le prime cose che Musk ha detto dopo l’annuncio dell’offerta mostrano chiaramente che non intende fare questa operazione per guadagnarci: “Non mi interessano i dati economici della società”, ha detto. E ha aggiunto di voler fare di Twitter un baluardo della libertà di espressione. Per questo la storia, comunque andrà a finire, è importante: perché ci costringe a interrogarci sui limiti della libertà di espressione che negli ultimi anni, anche per via della pandemia, sono stati molto compressi. "Se qualcuno che non ti piace può dire qualcosa che non ti piace, allora vuol dire che esiste libertà di parola", ha detto Musk. Questa cosa è giusta? Oppure la fake news dei No Vax (per esempio) e Donald Trump vanno bannati? Di questo stiamo parlando. Dei limiti della libertà di parole in un mondo social.