Il Tour de France ha un messaggio per noi

Il Tour de France ha un messaggio per noi
(reuters)
La prima maglia gialla, che indica il leader, nel 1919, era fatta di lana: sui Pirenei e sulle Alpi faceva freddo
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Se non volete credere a Greta Thunberg e alle migliaia di ragazzi di tutto il mondo che da ieri a venerdì sono accampati a Torino per parlare di come affrontare la crisi climatica, fidatevi almeno di quello che è capitato al Tour De France, la più importante corsa ciclistica finita domenica a Parigi. Per dare un'idea di quanto sia cambiato il clima in questi anni, basti ricordare che la prima maglia gialla, che indica il leader, il primo in classifica, nel luglio del 1919, era fatta di lana. Di lana perché sui Pirenei e sulle Alpi faceva freddo. 

Centotre anni più tardi, i corridori prima del via quest'anno indossavano giubbotti di ghiaccio; durante la gara degli appositi camion innaffiavano la strada per abbassare la temperatura ed evitare che l’asfalto cedesse (ma in questo modo aumentava l’umidità creando ulteriori disagi ai ciclisti); e al traguardo per rinfrescarsi gli atleti si immergevano in vasche con acqua a 10 gradi, praticamente gelata. 

Anche così ci sono stati malori fra i concorrenti e fra il pubblico e le tappe sono state un tour nel cambiamento climatico: un paio hanno costeggiato gli incendi della Gironda che hanno costretto ad evacuare migliaia di persone, altre le montagne con i ghiacciai che fondono, altre fiumi ormai secchi. Molti si chiedono se abbia ancora senso una corsa così, se non esponga gli atleti ad uno stress eccessivo, se non sia il caso di ridurre la durata delle tappe o cambiare data cercando un periodo più fresco. Altri si chiedono se non sia il caso di provare ad affrontare sul serio la crisi climatica. 

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