Nel mondo connesso la legge non funziona più. Lavoratori e cittadini rimangono senza tutele e la politica tace

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Teleperformance, una delle più grandi aziende mondiali che offrono servizi di call-center a Big Tech come Amazon e Apple, ha chiesto ad alcuni dipendenti che lavorano dalla Colombia di accettare una modifica al loro contratto per consentire nelle loro case l’uso di telecamere gestite da un’intelligenza artificiale.

La società ha dichiarato di rispettare i diritti dei lavoratori e la motivazione della scelta, verificare il rispetto delle regole aziendali e mantenere livelli adeguati di sicurezza, non è di per sé irricevibile. Anzi, si potrebbe addirittura dire che é necessitata dalle complesse normative sulla corporate liability e sulla protezione dei dati personali a cui deve sottostare una multinazionale. 

Questo non toglie che la diffusività delle tecnologie del controllo e la crescente delega delle operazioni a software con vario grado di autonomia pongano delle questioni abbastanza serie che prescindono dal caso specifico di Teleperformance e riguardano anche l’uso (in Italia) di software di proctoring per controllare a distanza gli esami degli studenti universitari. La preoccupazione suscitata dalla notizia delle nuove condizioni contrattuali di Teleperformance è l’invasione dello spazio familiare e personale causata dalla scomparsa del muro che divide il luogo di lavoro dalla vita privata. Il problema, tuttavia, non è soltanto questo.

Ogni Paese (più o meno) occidentale ha una legge a tutela della dignità delle persone. Quindi situazioni (peraltro non nuove) possono essere gestite, appunto, nell’ambito di quello che ciascun Paese consente. Se è necessario (in Italia è vietato) semplicemente informare il lavoratore o acquisire il suo consenso a farsi sorvegliare, poco male: la direzione risorse umane preparerà la modifica al contratto e comunicherà le nuove condizioni. Se altrove le regole sono altre, verranno seguite. Il problema è risolto. Bisognerebbe però chiedersi se il rispetto formale della legge sia sufficiente a garantire sul serio la dignità, prima ancora che il diritto, di una persona.

Quando le necessità di sopravvivenza prevalgono sui diritti, la persona alla quale viene proposto un contratto, che include (come in questo caso) consistenti invasioni degli spazi familiari, firma senza leggere le clausole scritte in piccolo. Questo significa, in altri termini, che le aziende possono trovare più vantaggioso esternalizzare processi produttivi e servizi in Paesi dove è più alta la propensione ad accettare condizioni più onerose. Così è possibile esercitare un controllo più pervasivo rispetto a quanto consentito nel Primo Mondo e replicare una sorveglianza da catena di montaggio di stampo fordista. Sarà fuori moda utilizzare categorie del genere, ma visto lo stato di fatto è difficile evitarlo. 

Siamo di fronte a una situazione diversa da quella tipica del rapporto con Paesi meno sviluppati, dove i committenti incrementano i profitti avvantaggiandosi dell’assenza di regole o di controlli. Il tema in discussione è, piuttosto, la perdita di significato del concetto di diritto a vantaggio della necessità economica, o della soddisfazione, individuale. Siamo di fronte, in altri termini, a un mutamento indotto dalle tecnologie dell’informazione che si manifesta nel consentire alle Big Tech e alla loro filiera di ridurre la legge, e dunque i diritti, a poco più di qualche frase che sulla carta fa la cosa giusta ma nei fatti nega l’umanità della persona che hanno di fronte.

Nulla di diverso, peraltro, da quanto sta accadendo con la privacy degli individui, la cui tutela è affidata a qualche banner o a qualche click, o con la libertà di espressione sottoposta dalle grandi piattaforme a controlli automatizzati, cancellazioni di post o chiusure di account ogni volta che qualche comportamento venga considerato, non si sa bene da chi, inappropriato. Alla crisi dei diritti in corso oramai da anni si affianca, dunque, la crisi della legge come strumento che li avrebbe dovuti garantire e applicare. Il tutto, nel silenzio assordante della politica.