Innamorati dell’innovazione, ma schiavi del clic

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Siamo innamorati dell'innovazione, ma schiavi del clic. Dopo vent'anni di narrazione utopica sulle magnifiche sorti e progressive del mondo digitale che bisogna abbracciare per non rimanere indietro o addirittura tagliati fuori, la reazione è una narrazione distopica che è altrettanto preoccupante, ma di cui c'è evidente bisogno per vederci chiaro. Uno dei punti più controversi su cui è necessario indagare è la nuova realtà del mondo del lavoro nell'era digitale.

 

Sostituire gli uomini con i robot è fantascienza. Ma è vero invece che dietro il mondo virtuale c'è una nuova precarietà del lavoro umano e che l'intelligenza artificiale è fatta da milioni di persone senza diritti. Lavoratori invisibili e consumatori inconsapevoli. Bisogna smascherare lo sfruttamento che il nuovo capitalismo tiene nascosto. 


Ne aveva già scritto il collega Riccardo Staglianò in due suoi libri editi da Einaudi: Al Posto Tuo -  così web e robot ci stanno rubando il lavoro ("P come Posto, il tuo posto di lavoro. Quello che Internet e le macchine si portano via. Ieri la tecnologia sostituiva i colletti blu, oggi quelli bianchi. E domani?"), e Lavoretti, sulla cosiddetta "gig economy" delle occupazioni sottopagate di Uber, Airbnb e le altre piattaforme che camuffano le loro miserie dietro al racconto della modernità.  

 

Nell'ultimo saggio di Antonio A. Casilli Schiavi del clic - perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo? (edito da Feltrinelli), il sociologo italiano trapiantato a Parigi entra nel merito e spiega che siamo tutti "schiavi del clic". La prima versione in francese portava il titolo Aspettando i robot parafrasando l'Aspettando Godot di Samuel Beckett. Il titolo italiano è una provocazione più forte e tutt'altro che neutra da un punto di vista politico. 

 

"Se davvero ogni forma di lavoro, mercificato (come nel lavoro di cui parla Marx) o servizializzato (come in quello che più modestamente mette in risalto chi scrive), non fosse altro che una postilla della medesima schiavitù, verrebbe da chiedersi quale via d'affrancamento resti ancora aperta" scrive Casilli nella prefazione all'edizione italiana. La sua è un'inchiesta ben documentata (dedica oltre 40 pagine alle fonti) sul nuovo capitalismo delle piattaforme, e trasuda un invito a resistere. Si riferisce ai milioni di esseri umani in tutto il mondo che aiutano gli algoritmi a imparare e le macchine a lavorare meglio. Milioni di micro-imprenditori che filtrano video, taggano immagini, segnalano commenti, trascrivono documenti che le macchine non sono in grado di gestire. Insomma, un'intelligenza artificiale in gran parte realizzata a mano. Per questo, spiega Casilli, non dobbiamo preoccuparci della scomparsa del lavoro: perché i robot non ci sostituiscono affatto. Invece, abbiamo ragione a preoccuparci per la digitalizzazione del lavoro: la manodopera dell'economia contemporanea è formata da centinaia di migliaia di schiavi del clic reclutati in tutto il mondo. Nel nuovo taylorismo digitale multinazionali come Amazon, Facebook, Google sfruttano persino i propri utenti facendoli lavorare gratis per loro senza rendersene conto. 

 

Dietro all'illusione della flessibilità del lavoro già ben descritta da Staglianò in Lavoretti, Casilli ricorda il concetto marxista di alienazione del lavoro, prima che esistessero i sindacati: "Sebbene l'estrazione di valore nell'economia digitale risponda sicuramente a logiche profondamente nuove rispetto a quelle caratteristiche del modo di produzione industriale, sono antichi concetti come quello di "alienazione" ad attivarsi quando osserviamo il modo in cui i padroni delle piattaforme occultano i reali rapporti di produzione dietro un paravento fatto di narrazioni sulla liberazione dal lavoro e l'autorealizzazione per mezzo di attività "volontarie", "partecipative" o "collaborative"". Così, il passaggio da utopia a distopia dell'era digitale è stato rapido. 

 

Che fare? Come ha scritto Luca De Biase nel suo libro Il lavoro del futuro, il punto non è quali lavori spariranno a causa dei robot, ma la capacità di acquisire competenze digitali e lavorare su se stessi per mantenere un approccio orientato all'innovazione. E secondo il filosofo Maurizio Ferraris una nuova forma di welfare potrebbe consistere semplicemente nella ridistribuzione del plusvalore prodotto dagli utenti a favore delle piattaforme, con vantaggio tanto delle piattaforme quando degli utenti, che vedrebbero riconosciuto il loro lavoro. "Aggirerebbe lo scoglio della redistribuzione degli utenti, che non avrebbe senso remunerare poco se si prendesse atto del fatto che il vero guadagno sta nella aggregazione, ed è su quello che si deve intervenire". Ma Casilli indica una via che è un minimo sindacale da cui non si sfugge: vanno estesi diritti e instaurate protezioni. Serve il riconoscimento del lavoro non salariato. Servono nuove regole e standard internazionali per sanzionare chi lo maschera come svago. E serve una governance comune per proibire la commercializzazione dei dati personali. È l'ora di una nuova coscienza di classe. Per i lavoratori digitali che siamo tutti.

@annamasera