Nove anni di startup in Italia, la fotografia

Dati strutturali e trend d’investimento - di Alessandra Dragotto (direttore di ricerca SWG) e Alessandro Scalcon (ricercatore SWG)
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Nonostante l’ampia eterogeneità delle fonti e delle metodologie, tutti i dati sugli investimenti in startup ci raccontano un settore in forte crescita, soprattutto negli ultimi anni. Nel 2020, a livello globale il Venture Capital (VC) ha segnato un nuovo record, sfiorando la soglia dei 300 Miliardi investiti. Di questi, circa 43 Miliardi sono stati rivolti al mercato europeo con un + 14% rispetto all’anno precedente. La pandemia sembra aver spinto le Corporate verso una più convinta partecipazione ai round d’investimenti in VC: sviluppare sinergie con il mondo delle startup diventa un modo per presidiare l’innovazione in alcune aree in rapida espansione – es: sostenibilità, smartworking, e-commerce – per poi adattarla ed integrarla al proprio core business.

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L’andamento del mercato VC italiano non è esente da questi mutamenti e asseconda le dinamiche europee, anche se su scala minore e con le sue peculiarità, strutturali e culturali. Le proiezioni a fine 2021 ci dicono che questo sarà l’anno in cui si supererà il tetto di 1 Miliardo di investimenti in startup nel nostro Paese: un altro record. La strada tracciata quasi 20 anni fa dalla legge 221/2012 sta dando i suoi frutti, stimolando l’intero ecosistema dell’innovazione italiano. Tuttavia, è altrettanto evidente il ritardo del nostro Paese rispetto ai principali partner europei. Stiamo crescendo, ma con meno intensità rispetto a Francia, Germania, Regno Unito e (a tratti) Spagna. Negli ultimi 15 anni il divario nei volumi di investimento in VC sul mercato interno rispetto a questi paesi è visibilmente aumentato.

Negli ultimi 20 anni il numero di startup innovative presenti nel Paese è cresciuto in maniera pressoché costante. Al secondo trimestre del 2021, quindi a giugno, se ne contavano oltre 13.500, una presenza quasi duplicata negli ultimi 4 anni. Non solo: anche il loro peso specifico all’interno della più ampia famiglia delle nuove società di capitale è aumentato con regolarità: segno del fatto che costituirsi come startup innovativa nel nostro Paese è sempre più ambito, ma (forse) anche più agevole e conveniente.

A ben vedere è l’intero ecosistema dell’innovazione che ha saputo prosperare con una certa continuità, anche attraverso la pandemia. Se si zooma sulla linea del tempo in corrispondenza della fase più critica della pandemia e si confrontano i dati di giugno 2021 rispetto a quelli di dicembre 2019, si nota non soltanto un aumento nel numero di startup e del valore della produzione complessiva, ma anche un incremento di altri soggetti dell’innovazione, come ad esempio le PMI innovative e gli incubatori.

Sul fronte degli investimenti il 2019 aveva fatto registrare un ammontare complessivo di capitali investiti in startup di 723 milioni. Oggi, al primo semestre del 2021 e dopo un 2020 all’insegna della stabilità (729), il settore è tornato a correre: 661 milioni (+155% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). A fine anno potremmo superare il Miliardo.

L’evoluzione socio-demografica della popolazione degli startupper ci regala una fotografia, tuttavia, tutt’altro che dinamica. Se, come lecito attendersi, la popolazione degli startupper risulta mediamente più giovane rispetto a quella che compone le altre società di capitali, è altrettanto vero che, tra i ranghi decisionali del mondo delle startup innovative, la componente femminile (18%) risulti ancor più marginale di quanto già non sia negli altri tipi di impresa (21%). Quasi come se al tradizionale gender gap del ‘fare impresa’ se ne sommi un altro, quello del farla tecnologica e innovativa. Anche la distribuzione territoriale delle startup innovative riflette un altro importante divario presente nel nostro  Paese. Pur con qualche eccezione, la dislocazione dei luoghi dell’innovazione italiana – così come degli investimenti – ripropone il tema di un Paese a due velocità, di un Nord e un Sud ancora troppo lontani. Uno sguardo alle 10 province italiane a maggiore densità di startup sintetizza la questione: Trento, Milano, Pordenone, Ascoli Piceno, Cuneo, Bologna, Udine, Padova, Pisa, Trieste.

Naturalmente, la maggior parte degli investimenti si dirige in startup del settore ICT. Ma non solo: flussi rilevanti del VC italiano vanno a supporto di altri settori dall’anima sempre più tecnologica: quello dei servizi finanziari e dell’healthcare. La proposta italiana, in particolare, pare particolarmente attrattiva nel Fintech: nella classifica dei round di VC del 2020 da almeno 10 milioni il podio è interamente occupato da startup impegnate nello sviluppo di questi servizi: parliamo di Satispay, SupplyME e AideXa.

Gli startupper, dentro la pandemia

Da un’indagine condotta da SWG nel Novembre 2020, in piena pandemia, su un campione di 500 startup innovative italiane è emerso un quadro segnato da una certa sofferenza - in primis sul piano dell’accesso al credito - che l’emergenza Covid ha sicuramente contribuito ad aggravare. Già negli anni precedenti all’avvento del Covid#19, infatti, l’88% delle startup registrava delle difficoltà, per lo più legate alla mancanza di liquidità e al credit crunch. È in questo contesto che la pandemia si è abbattuta sul tessuto produttivo nazionale. Se guardiamo bene, in effetti, tra gli stessi investimenti VC del primo semestre del 2020 – una fase di acuta emergenza economico-sanitaria – la quota destinata alle startup più ‘mature’ e ‘meno rischiose’ era sensibilmente maggiore rispetto ad oggi.

Ciò nonostante, 1 startup su 2 (51%) ha saputo parare il colpo, senza rimetterci, ed evidenziando un tratto di anti-fragilità ben più marcato rispetto al complesso delle PMI italiane (+12 punti percentuali). Un 15% ha saputo addirittura cavalcare la disruption, trasformandola in opportunità di guadagno. Per affrontare la situazione, sempre 1 startup innovativa su 2 ha deciso di intervenire sul proprio modello di business, riadattandolo al new normal, ma appena il 12% ha dovuto operare scelte drastiche e ‘rivoluzionarie’. Di fatto, le startup sono riuscite ad attraversare le agitate acque della crisi snaturandosi molto meno di quanto non siano state chiamate a fare le PMI tradizionali. Business model digitali e al passo con i tempi si sono in molti casi trasformati in un vantaggio competitivo.

L’impatto del Covid#19 non ha scalfito la fiducia in un futuro positivo da parte delle startup, che, nell’82% alla fine del 2020 prevedevano un 2021 ben più roseo. Per agganciare la ripresa le startup invocano però più supporto. Non si tratta di rivoluzionare il proprio business model – chi doveva farlo lo ha già fatto – quanto piuttosto di essere sostenuti nel consolidamento del modello attuale (64%). Per farlo chiedono a gran voce (36%) una maggior facilità di accesso al credito nell’immediato, spesso ostacolato da eccessive richieste di garanzia e da procedure lunghe e farraginose. In una logica di innesco di dinamiche virtuose nel medio-lungo termine, invece, i dati raccolti ci suggeriscono una chiara domanda di iniziative volte all’espansione e rafforzamento del proprio business network, oltre a servizi di consulenza strategica.

All’interno dell’ecosistema delle startup post-pandemia le quotazioni del privato quale interlocutore privilegiato e supporter dell’innovazione sembrano in forte rialzo. Non solo, come abbiamo visto, il 2021 sta segnando un’importante partecipazione delle Corporate ai round di VC su scala europea, ma gli stessi startupper ritengono le grandi imprese private nettamente più affidabili e qualificate – rispetto ad enti pubblici e associazioni di categoria – nell’erogazione di servizi alle startup: dalla digitalizzazione (70%) al trasferimento tecnologico (68%), passando per il networking (63%), la consulenza (54%) e l’accesso al credito (55%).

 

 

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