La “Filosofia della cura” vista da Luigina Mortari

La riflessione che da tempo Luigina Mortari dedica al tema della cura, trova nel suo ultimo libro (Filosofia della cura, Raffaello Cortina 2015), un punto di snodo decisivo: in esso infatti, oltre a...

La riflessione che da tempo Luigina Mortari dedica al tema della cura, trova nel suo ultimo libro (Filosofia della cura, Raffaello Cortina 2015), un punto di snodo decisivo: in esso infatti, oltre a misurarsi con i grandi temi che l'Etica oggi si trova ad affrontare, non teme di rivolgere lo sguardo al "cuore etico" della pratica di cura.

La studiosa che è mantovana e dirige il Dipartimento di Filosofia, Pedagogia e Psicologia dell'Università di Verona, ha già dedicato all'argomento importanti lavori con cui ha indagato i diversi mondi esperienziali delle relazioni di cura dove l'aver cura di sé, dell'altro e del mondo sono accostati da una filosofia che è attenta alla polisemanticità del termine.

E' un pensiero il suo che si cerca, nella consapevolezza del dolore ontologico del nostro "stare all'aperto dell'essere" e nel suo incrociare la filosofia del '900, non rinuncia a confrontarsi con importanti pensatrici contemporanee e i classici greci. Tenendo fermo che la cura è una pratica, cioè una forma d'azione e utilizzando la lezione husserliana, l'autrice muove alla ricerca del quid, dell'"essenza" della cura, servendosi di un'analisi fenomenologica del concreto che non può prescindere da ciò che è dato. Il tentativo è quello di istituire un movimento circolare tra fenomenologia e filosofia dell'esperienza, nella consapevolezza che solo l'"accadere esperienziale del concreto" sia in grado di cogliere la qualità del reale e guardare all'essenza dell'Etica tenendo lo sguardo alla realtà.

Nell'articolazione tra vita del pensiero e vita degli affetti trova spazio un pensare l'altro che è un sentire l'altro, una ragione che non è identificabile col pensiero razionalizzante e strumentale, ma una ragione narrativa in grado di sentire l'altro e di accostarsi a lui con quel gesto, ha detto Levinas, di "responsabilità irrecusabile" che non può rifiutarsi alla domanda di cura. Nell'esistere umano, immerso in relazioni asimmetriche, il lavoro di cura viene ad assumere uno statuto non solo etico ma anche politico: il mio interesse per l'altro è consapevolezza del nostro comune inter-esse e della qualità relazionale della condizione umana.

Avere rispetto significa questo: "tenere l'altro nella posizione dell'infinito" e comporta un concepire l'altro nella sua trascendenza, come portatore di un valore intrinseco.

Nella loro vulnerabilità il neonato, il bambino in difficoltà, il bisognoso chiedono "modi di essere del rispetto", in loro c'è un altro che è un ente portatore di sacralità pur nella sua alterità. Afferma Mortari: "La cura è partecipazione del sacro che c'è nell'altro". Se l'eticità è un agire con gli altri nel mondo è anche un "sentire il sentire dell'altro", come afferma Edith Stein, un accogliere e rispondere a quel bisogno di bene che non comporta il distogliere lo sguardo dal mondo ma un tenerlo in dialogo al servizio della nostra tensione ad esso. Il nostro esistere come esseri condizionati ci chiama al lavoro del vivere e la fragilità della condizione umana ci obbliga al "compito del proprio dover continuamente trascendere l'esserci che si è per un esserci ulteriore". Si tratta non di opporsi ma di resistere al dolore ontologico nell'accettazione della nostra immanenza senza rinunciare al desiderio di trascendenza, come ci indica Maria Zambrano, un'accettazione che sola è in grado di coltivare un desiderio di bene che appare proprio nei gesti più semplici.

Cercare l'essenza del "cuore etico" della pratica di cura significa coltivare un'etica della relazione e accogliere che, grazie ad una "postura riflessivamente presente sull'accadere delle cose", noi siamo in grado non di conoscere l'idea del bene che in sé è "come un'idea che va esaminata all'infinito", ma di sentire la passione per il bene e la sua sovranità.

Ornella Crotti

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