Le novità del museo: fa discutere il contemporaneo a Palazzo Ducale

L'esterno del Cortile della Cavallerizza

Il direttore Assmann: «Giusto che sia così, è la sua natura. E la Cavallerizza ora cattura più attenzione»

MANTOVA. Al suo arrivo a Mantova, primo direttore del Ducale come museo autonomo, Peter Assmann era stato chiaro: puntava a fare entrare in modo significativo l’arte contemporanea nella Reggia. A distanza di nove mesi, gli interventi in tal senso non sono mancati: la mostra di Moya alle Cantine di Vincenzo, lo spazio dedicato alle mostre nel Palazzo del Capitano, la scultura di Hidetoshi Nagasawa in piazza Castello, le sculture luminose sotto gli archi del loggiato della Cavallerizza.

Cavallerizza. Proprio quest’ultima installazione, in particolare, non ha mancato di fare discutere. In Gazzetta sono arrivati diversi pareri in merito, anche di addetti ai lavori, che ritengono che le sagome inserite sotto gli archi non valorizzino la facciata del Palazzo che s’affaccia sul lago Inferiore. «Non sono mancati in passato inserimenti contemporanei al Ducale - si sottolinea -, ma va trovato il giusto equilibrio: in questo caso, non è l’opera a valorizzare il palazzo, semmai il contrario. Per di più, proprio sulla facciata che dà il benvenuto al turista che entra a Mantova». Assmann, attualmente in vacanza in Austria, non si stupisce per le osservazioni. Al contrario: «Mi fa piacere che si apra una discussione - risponde il direttore -, lo scopo dell’arte contemporanea è anche quello di fare discutere; se ciò non accade, significa che non è stato centrato l’obiettivo. E va fatta una premessa: tutti gli inserimenti effettuati, hanno un orizzonte temporale ben definito». Non sono definitivi, certo. Ma che finalità hanno? «Di certo si discostano rispetto alle linee seguite negli ultimi anni - sottolinea Assmann -. Ma devo dire che l’intervento alla Cavallerizza mi è piaciuto proprio perché ha permesso di focalizzare l’attenzione su quella facciata del Palazzo. Può piacere o meno, ma tutti, entrando a Mantova, prima guardavano solo lo skyline, mentre ora vedono anche quello che ritengo un capolavoro di Giulio Romano e che avrà bisogno di interventi di valorizzazione, che spero possano partire al più presto».

Le installazioni nel Cortile della Cavallerizza

Quanto al pregio dell’installazione, il direttore del Ducale ha ricevuto anche segnalazioni di gradimento: «La mostra mette la luce in combinazione con la scultura - spiega -, e non è mancato chi ha apprezzato l’opera. Comunque, ritengo che il dinamismo crei movimento, non bisogna rimanere congelati sul passato».

La performance dell'artista francese Patrick Moya

Sala degli Arcieri. Un altro intervento recente è quello che ha visto una mezza rivoluzione nella Sala degli Arcieri, quella dove è esposto il Rubens. In questo caso, le osservazioni hanno riguardato il telo bianco affiancato al quadro, che cerca di far capire com’era l’originale (tagliato da un ufficiale francese per trafugarlo e poi in parte riassemblato) e i grandi (troppo, si dice) cartelli didascalici che spiegano la storia dell’opera. Da settembre, poi, nella sala arriveranno per circa due mesi le fotografie di Giordano Morganti per una nuova mostra. «Non c’è equilibrio tra gli spazi - è la critica -, e poi se si eccede nella cartellinatura si rischia di perdere il piacere della scoperta».

Anche in questo caso, Assmann apprezza il dibattito: «Il telo può piacere o meno, alcuni colleghi hanno ritenuto la soluzione interessante. Ricordo, comunque, che qualcosa dalla sala è stato tolto, proprio per concentrare l’attenzione sul Rubens, anche con nuove luci. Le foto di Morganti serviranno anch’esse ad aprire un confronto: di certo, l’artista ha visitato la sala, ha studiato il quadro e ha fornito, in occasione del Festivaletteratura, un concetto interessante riguardo al linguaggio del corpo». Diversa la questione delle didascalie: «Nella sala c’erano più dipinti e nessuna didascalia: credo che sia fondamentale essere informati per capire un quadro, si vede solo quello che si sa. E non è certo con una piccola scritta ingiallita, magari collocata quasi a terra, che questo risultato si ottiene». Il direttore del Ducale spesso verifica di persona come i visitatori accolgono le novità, e in questo caso il riscontro è generalmente positivo.

Palazzo del Capitano. Tra i vari appunti ai recenti interventi sulla Reggia, figura anche quello che lamenta l’invadenza degli stendardi installati per indicare l’ingresso del museo. «Ne bastava uno - si segnala -, invece in questo modo non si riesce a cogliere l’equilibrio delle linee architettoniche tra finestre e merlature». «Non è certo un intervento sull’architettura del Palazzo - replica Assmann -, è per sua natura effimero e, credo, in linea con un certo tipo di tradizione rinascimentale. Detto questo, credo che sia interesse della città la valorizzazione dei suoi tesori: non bisogna nasconderli, va aiutato chi li vuole visitare. Altri grandi musei al mondo lo fanno. Come in tutto, ci vuole equilibrio, ma credo che Mantova debba puntare molto sul turismo culturale per assicurarsi un futuro dal punto di vista economico.

I numeri. Proprio nei giorni scorsi è stato sottolineato l’incremento del 33% del numero di biglietti d’ingresso staccati per Palazzo Ducale dall’inizio del 2016. Il fenomeno può essere in parte legato anche alle iniziative prese dalla nuova direzione, oppure è dovuto soprattutto alla promozione del “marchio Mantova” come Capitale italiana della Cultura 2016? «In questi casi c’è sempre una combinazione di fattori - rileva Peter Assmann -: di certo ha inciso Mantova Capitale, ed è altrettanto vero che sta sempre più diventando una tendenza la riscoperta delle città d’arte finora poco conosciute. L’Italia è il principale Paese turistico d’Europa, ma i visitatori stanno sempre più capendo che si può andare oltre le mete classiche come Roma, Venezia e Firenze, peraltro sempre eccessivamente affollate. Ecco, allora che si cerca la bellezza italiana anche in altre città, e Mantova ha tutto per poter piacere. Se poi - conclude il direttore del Ducale -, riuscissimo anche a creare una continuità di inserimento del contemporaneo in ambiente storico, come ottimamente si è fatto anche a Palazzo Te, potremmo mostrare che la città può offrire anche per il futuro non solo Mantegna e Giulio Romano».

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