La sfida in bici con Punta Veleno, una delle salite più feroci d’Italia

"La pendenza oscilla dal 12 al 20 per cento, non a caso è una tappa del Giro del Trentino che i professionisti paragonano allo Zoncolan e al Mortirolo"

BRENZONE SUL GARDA (Verona). Il cartello a Brenzone è sincero: è una delle salite più feroci d’Italia, un dislivello di mille metri in otto chilometri. Una parete da scalare, dal lago di Garda al Monte Baldo, dalle barche a vela ai pascoli.

Il nome è una garanzia: Punta Veleno. Nel tam tam tra i ciclisti è conosciuto come il muro. Il titolare dell’antico negozio di generi alimentari di Brenzone è saggio: “Vuoi una brioche? Se devi arrivare lassù meglio un panino al prosciutto”. Vada per il panino allora.

La strada da Brenzone a Castello sale senza strappi, ma il peggio deve ancora venire.

Come in una gara c’è il via, con i cartelli che indicano il conto alla rovescia dei tornanti: venti. Una via crucis a pedali. Marco Pantani raccontava che in montagna spingeva al massimo per accorciare la sofferenza. Ma qui, per chi scrive, l’andatura non supera i cinque chilometri orari. Quasi quasi, si fa prima a piedi.

Dunque si parte, dopo un ultimo controllo alla vecchia mountain bike che mi accompagna da anni e un rifornimento d’acqua alla fontana.

La pendenza oscilla dal 12 al 20 per cento, non a caso è una tappa del Giro del Trentino che i professionisti paragonano allo Zoncolan e al Mortirolo.

La strada è deserta, qualche scooter ogni tanto e abitanti a piedi che mi incoraggiano: “Forza, forza, è ancora lunga”. Grazie per il consiglio.

La bicicletta scricchiola, sembra lamentarsi: il rumore della catena che sferraglia sulla corona è fastidioso. Non ci sono rapporti più agili, il passo è questo. Una sofferenza annunciata. Dopo cinque tornanti la prima sosta: un’agonia, in alcuni punti la bici tende a impennarsi e la fatica diventa insopportabile. Nessun ciclista all’orizzonte con cui condividere un’impressione. Sono solo tra il lago e il cielo, con un guard rail usato come panchina. Bisogna rimettersi in moto, tenere il ritmo dei favolosi cinque chilometri orari. Il traguardo aspetta. Fa caldo e l’acqua della borraccia finisce presto. Un’anima viva si ferma al tornante e si appoggia alla roccia: “Mi avevano avvertito, ma non pensavo fosse così dura”.

I tratti a pedali si alternano ad altri a piedi, senza stravolgere la media bassissima.

È una sfida con me stesso, la vista si annebbia, conto le foglie cadute sull’asfalto dopo il temporale della notte precedente per ingannare l’attesa.

A questo punto tornare indietro significherebbe ripartire da zero. Non ci penso nemmeno. Con l’acqua è svanito anche l’effetto del panino: in un cespuglio vedo alcune more e le mangio alla ricerca di un po’ di energia che scarseggia.

Sono a metà percorso, in sella da un’ora, sfinito.

Ho già fatto varie soste, altre sono all’orizzonte. Mi sorpassa un tedesco con una bici elettrica (così non vale!), poi un ciclista che sembra un razzo (un caso di doping amatoriale?) che mi saluta: “Ciao, gli ultimi due chilometri sono più dolci”.

Lontanissimi. Avanti, devo andare avanti. In quota almeno fa fresco e questo mi consola. Decimo tornante. Strada deserta, segnale scarso al cellulare. Davanti il muro, alle spalle una discesa ripida, a destra il lago, a sinistra il monte. In mezzo io.

Un’altra ora alla meta, forse più. Penso a un collega e amico della Nuova Ferrara, Fabio Ziosi, che ama la montagna.

Quando andò in pensione scrisse un articolo con il cuore, che pubblicai in prima pagina.

Si concludeva così: “C’è chi ha detto che quando arrivi sulla cima di una montagna è solo allora che cominci a salire. Buona salita a tutti”. Grazie Fabio, ne ho bisogno. Arriva anche il cartello del quindicesimo tornante, una nuvola bassa mi avvolge. Manca poco e sono sempre più lento. Tra poco incontrerò la Val Trovai, i segnali che indicano i sentieri per il rifugio Monte Telegrafo, la grotta.

La liberazione è vicina. Punta Veleno mossa a pietà si è addolcita, ma a destra c’è il burrone. Ancora un pezzo di strada, tra le mucche al pascolo e i rintocchi dei campanacci. Vedo il traguardo. Sono in cima, appoggio la bici e mi siedo su una pietra. Fa freddo, meglio coprirsi. Alcuni ciclisti si avvicinano per chiedermi della salita velenosa: “Non la rifarei per nulla al mondo”.

Mi alzo e guardo la vallata che porta a Prada. Per tornare al lago dall’altro versante basteranno venti minuti. Dopo una salita così scendo ai cinquanta orari e mi sembra di volare.

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