«Trump, incubo americano»

«Con lui rischia di tramontare il sogno della meritocrazia e dell’eguaglianza»

DI FRANCESCO ROMANI

Per il suo salotto a New York sono passati i nomi di prestigio della cultura e della politica italiana e non solo. Dall’ex ministro all’istruzione Stefania Giannini, a Walter Veltroni, ma anche Riccardo Scamarcio o Gina Lollobrigida. Ma ora, l’edificio della Casa italiana della cultura rischia di rimanere un faro dei valori europei squassato nella tempesta che sta cambiando l’America. Accoglienza, cultura, tolleranza: le ragioni fondanti della vecchia Europa, ma anche degli States sono rivoltate dalle fondamenta dal vento del populismo.

E Stefano Albertini Mussini, che quasi 30 anni fa si è trasferito da Bozzolo agli Stati Uniti, di questa tempesta racconta le premesse con gli occhi di un italiano. Radici profondamente bozzolesi, al punto da creare un circolo del dialetto locale, ma poi laurea e dottorato in Usa, Albertini oggi è direttore dalla casa italiana della cultura Zerilli Maramò. «In America atterravo per la prima volta 27 anni fa – ricorda – innamorato di questa nazione della libertà. Venivo dall’Università di Parma. Lì eravamo tutti con radici simili: stessa lingua, stessa religione. In Usa scoprivo che ogni aula, ogni mensa, ogni palestra rappresentava il mondo. E forse il “meglio” del mondo. Premi Nobel, studenti brillanti. Si imparava assieme anche la bellezza delle diversità, affascinati dalle religioni ,dalle tradizioni, dalla cucina degli altri, senza rinnegare la propria».

E adesso, quasi trent’anni dopo com’è la situazione?

«Allora le Università erano la promessa del futuro dove si sperimentava una società più giusta, integrata e tollerante – dice Albertini – oggi si deve lottare contro un ordine esecutivo del nuovo presidente Trump che di fatto proibisce ai cittadini di sette nazioni islamiche, anche se dotati di regolare visto, l’ingresso in Usa. Ne soffre la comunità accademica ferita nel profondo della propria convinzione: che solo il merito determina chi può farne parte, non la religione professata o la nazione di provenienza. È il contrario del sogno americano».

Il vento politico è mutato perché sono cambiati gli americani? «Partiamo da un dato di fatto: l’America è una grande “isola”. Basta considerare che un’altissima percentuale di cittadini non ha passaporto. E da una seconda considerazione. Gli Stati Uniti sono complessi, con due fasce costiere, Est ed ovest e le grandi città abitate da gente più aperta al progresso, e le vaste distese agricole in mezzo. Questo non è cambiato. Trump ha giocato sulla ricerca di sicurezza puntando sull’isolamento degli Stati Uniti». E come vedono oggi l’Italia gli americani. Con gli stereotipi del passato: pizza e pastasciutta o è retaggio superato? «Ho dedicato la mia vita qui a cambiare questi stereotipi. Nati negli anni ’50 e ’60 quando anche la copertura giornalistica dall’Italia era maggiore di oggi. C’era la Guerra fredda, la Dolce vita. Oggi qui in Usa i media dedicano pochissimo spazio ai fatti europei e italiani ancor meno. Premesso questo, resta forte l’idea che qui si ha dell’Italia come di un Paese dove si vive piacevolmente, dove lo stile di vita è da imitare, con qualche distinguo. Ad esempio sto tenendo un corso all’Università di New York sull’Italia contemporanea, ma i miei studenti fanno fatica a capire i bizantismi politici italiani».

Che giudizio dà del 45esimo presidente degli Stati Uniti? «Condivido la diagnosi, pubblicata anche dal New York Times fatta da psichiatri e psicologi: siamo in presenza di un disturbo narcisistico che impedisce di relazionarsi correttamente con la realtà. Una sorta di delirio di onnipotenza. Qui negli Usa si guarda molto a quello che il presidente fa nei primi 100 giorni di mandato. Per questo sta agendo a colpi di circolari applicative, che hanno effetto immediato. A volte senza consultarsi con il suo staff e rischiando di fare marcia indietro su alcuni punti. Sta mettendo in imbarazzo anche il Partito Repubblicano, che lo ha candidato. Mi auguro che da lì emerga consapevolezza dei rischi».

In Italia si paragone spesso Trump a Berlusconi: ha senso? «Il paragone è stato fatto anche negli Usa. Direi che è calzante per la personalità. Trump ha però sempre comandato direttamente anche le sue aziende. E lo si è visto nelle nomine ai dicasteri: praticamente tutti “yes men” senza esperienza». E come vede il futuro e i rapporti con l’Italia?

«La risposta di una parte del mondo alla globalizzazione è ormai la frammentazione. Ognuno pensa per sé. Temo il protezionismo e una forte spaccatura con l’Europa. L’Italia non vorrà contrastare il tradizionale alleato. E ricordo che l’ultima cena ufficiale di Obama è stata con il premier italiano. Ma le strade, inevitabilmente, si allontaneranno».

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