Rileggendo cinquant’anni dopo la Lettera a una professoressa

Conservo ancora l’emozione della primavera di cinquant’anni fa, quando lessi per la prima volta la “Lettera a una professoressa” ancora fresca di stampa. Poche settimane dopo, e precisamente il 26...

Conservo ancora l’emozione della primavera di cinquant’anni fa, quando lessi per la prima volta la “Lettera a una professoressa” ancora fresca di stampa. Poche settimane dopo, e precisamente il 26 giugno 1967, morì a soli 44 anni il principale autore, don Lorenzo Milani, il maestro della Scuola di Barbiana, il sacerdote esiliato per quasi tredici anni in una sperduta parrocchia di montagna, ridotta alla fine a trentanove anime. Il libro, tradotto e diffuso nelle principali lingue del mondo, rappresentò nell’infuocato clima del Sessantotto, un clamoroso caso educativo, ma anche politico, religioso, letterario. Appunto in relazione al cinquantenario della morte di don Milani ho letto e recensito alcuni libri, pubblicati per la circostanza. E ho riletto le sue due famose lettere, scritte negli ultimi due anni di vita, quando l’implacabile malattia si era aggravata in modo devastante: la “Lettera ai giudici”, inviata 18 ottobre 1965 e poi raccolta nel libro “L’obbedienza non è più una virtù” e la “Lettera a una professoressa”, che alla fine del 1966 aveva già preso forma.

I due brevi e stroncanti testi vanno letti insieme, poiché presentano la stessa carica polemica, appassionata, lucida. La stessa scelta di campo; ma si può anche dire, di classe, sia pure con estrazione evangelica. Non fu né democristiano, né comunista. Mi soffermo brevemente sulla “Lettera a una professoressa”, che racconta l’esperienza di un’originale scuola cattolica di carattere popolare, apertamente collocata dalla parte dei poveri, dei montanari, dei contadini, degli operai. Ben diversa dalla scuola statale, formalmente interclassista ma di fatto in funzione degli interessi dei padroni e dei ricchi, dal cui mondo don Milani si era staccato radicalmente, spogliandosi di tutto, beni e cultura. Facendosi sacerdote e maestro insieme. Purtroppo non con la benedizione, bensì con l’incomprensione e l’avversione delle autorità della Chiesa, alla quale però rimase sempre ubbidiente. Anche se ribelle.

Inizialmente la Lettera era stata pensata come una specie di vendetta contro una professoressa di un Istituto magistrale di Firenze, dove si erano presentati come privatisti, per sostenere l’esame di superamento del primo anno scolastico, due suoi ragazzi, il Biondo ed Enrico. Respinti entrambi per due anni di seguito, in modo umiliante.

La professoressa li aveva giudicati senza basi e assolutamente impreparati. Era in atto uno scontro culturale e sociale, tra una scuola tradizionale dal rigido programma e un modo nuovo e aggiornato di imparare e di conoscere. Ne uscì un lavoro collettivo, frenetico, sconvolgente e spesso spregiudicato nel linguaggio e nella contrapposizione a una scuola e a una cultura che privilegiavano Pierino, il simbolico figlio del dottore, e bocciavano ripetutamente Gianni, lo svogliato figlio di un operaio, fino a perderlo. Don Lorenzo, spesso tormentato dai dolori che non lo facevano dormire, se ne stava a scrivere per molte ore di notte, appoggiato sul cuscino del letto. Ma il mattino dopo i suoi ragazzi intervenivano per correggere, integrare, semplificare. Don Milani sottoponeva continuamente il lavoro anche ad amici, ex alunni, genitori, chiedendo consigli soprattutto per rendere il testo chiaro e comprensibile da tutti. Ne uscì un capolavoro anche sul piano linguistico. Quasi in una lingua nuova, costruita insieme a poveri ragazzi di montagna, assumendo e insieme arricchendo il loro linguaggio schietto e pungente, tagliando i ponti con la cultura borghese d’origine, riservata a pochi. E infatti la denuncia e la documentazione statistica di fondo di don Milani confermavano che il successo scolastico era (è) condizionato, fatte salve le immancabili eccezioni, dalle disuguaglianze sociali e culturali di partenza. E però don Milani contrapponeva e realizzava una scuola tutt’altro che facile e buonista, anzi assai dura e severa: che non bocciava e non respingeva nessuno, almeno durante gli anni dell’obbligo scolastico; ma faceva studiare dieci ore al giorno, domenica e feste comprese, e pure durante l’estate. Una scuola a tempo pieno. Perché è soltanto aumentando e aggiornando il sapere di tutti che gli ultimi non resteranno sempre ultimi. Non tutti uguali in arrivo, ma tutti uguali in partenza. Altrimenti la corsa della vita risulta truccata. È sempre attuale l’allarme gridato a Barbiana.

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