Caccia al replicante nato 30 anni prima nella metropoli grigia

L’agente K (Gosling) indaga ma sospetta su se stesso. E le macchine acquisiscono un profondo senso di umanità

MANTOVA. Los Angeles non è più quella angosciosamente romantica di Ridley Scott (con il “sound” Vangelis). La Spinner, la monoposto volante dell’agente K (R. Gosling), sorvola campi grigi coperti di neve e delimitati da linee geometriche che li fanno sembrare appezzamenti cementificati, sino a una masseria con un albero che si erge grazie a cinghie di sostegno. Il “blade runner” è a caccia degli ultimi replicanti della produzione Tyrrel. Ne uccide uno che alleva proteine, e ai piedi dell’albero fossilizzato scopre una cassetta. La segnala al tenente della sua unità (R. Wright): contiene lo scheletro di una replicante donna, e dalle analisi, incredibilmente, risulta che ha partorito un figlio.

Da questo momento le ricerche di K. vertono sull’individuo specialissimo, “nato e non creato”, e sul presumibile padre, Deckard (H. Ford), scomparso trent’anni fa con la bellissima Rachel (S. Young).


Blade Runner 2049 è realizzato dal canadese Denis Villeneuve, già autore di tre capolavori: Prisoners, Sicario e Arrival, sempre fotografati da Roger Deakins. Presente anche sul set di questo “sequel”, il mago delle luci restituisce un sistema collassato, e cioè una metropoli piatta e grigia, di strade sempre intasate e poverissime, di residui industriali, che la musica elettronica rende ancora più cupi e drammatici. Le scenografie, fantastiche, sono di Dennis Gassner. E la sceneggiatura è di Hampton Fancher, lo stesso del film di Scott, che naturalmente non si discosta dalla morale che il monologo del personaggio di Rutger Hauer illustrava, morendo, sul tetto di un edificio. Qui lo richiamano le parole del replicante dell’inizio: il “miracolo” delle macchine, più umane degli umani.

L’esemplare unico, nascosto chissà dove, la nuova Corporation di Wallace (J. Leto), e della sua feroce assistente (S. Hoeks), pretendono farne il prototipo di una specie di schiavi ottimale. E dunque sull’azione dell’agente K sono appuntati gli occhi del potere, e molti altri occhi. Senza contare che K ha rilevato incisa ai piedi della pianta la stessa data che si trovava sul cavallino di legno con cui giocava da bambino in orfanotrofio. Inevitabile che sospetti d’essere quel bambino di trent’anni prima, anche se non ignora che i ricordi potrebbe essere indotti. Se K agisce sotto l’angolo d’incidenza della propria identità che si configura lontano dall’anonimato standard, la struttura assume la forma di una progressione a gradini in cui sono ipotizzati i passi successivi.

Lo spettatore è condotto per mano con il protagonista, compiendo le sue esperienze, sino al quartiere residenziale della vecchia Los Angeles dove si esibiscono le antiche star (Elvis e Sinatra) in formato ologramma. E un ologramma femminile (A. de Armas) è follemente perso di K. Chi vive come macchina, e da schiavo, acquisisce un senso dell’umanità profondo, irrefutabile e vero. Riesce a trascendere l’illusione di un rapporto sentimentale e a renderlo vero, a reagire alla dura prigione di un ego fittizio, a progettarsi nell’alterità di un mondo concreto. Una lunga disperazione, un lungo addio, con un casting esemplare. Un immaginario diverso dal precedente, più freddo e disteso, ma anche più consono al mondo e alla poetica di Villeneuve, risulta altrettanto suggestivo e appagante.

Alberto Cattini
 

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